mercoledì 12 luglio 2017



Nimal Kingdom ci catapulta senza preamboli nella quotidianità di un piccolo paese di provincia nel milanese. La storia ci è raccontata tramite gli occhi di un adolescente, protagonista del romanzo, il quale attraverso il suo diario narra le vicende che accadono nel suo paesino e i sentimenti suoi e degli abitanti che le accompagnano.
Diego Ferrucci è una ragazzo di sedici anni che vive la sua adolescenza con insofferenza verso il suo paese e la sua famiglia, incapace, tranne la sorellina Chiara, di ascoltare le sue intime esigenze: la mamma succube della televisione e il padre perennemente stanco per il lavoro massacrante sono accomunati entrambi da ignoranza e ottusità. Un’ottusità che non risparmia nemmeno gran parte degli abitanti del paese, sempre pronti ad avercela con il “diverso”, l’extracomunitario di turno, oppure lo Stato, meschini e pettegoli senza pari, però pronti a mettersi in mostra non appena il Presidente della Regione va a fare loro visita.
La vita descritta rappresenta la vita che può esserci in qualsiasi paesino di provincia, Nord o Sud che sia, immerso nella sua grettezza e incapace di affrancarsene perché inconsapevole.
Il protagonista si rende invece conto di tutto ciò che lo circonda, ma la consapevolezza non è sufficiente se non è poi accompagnata dall’azione ed è proprio questa sua “pigrizia” a farlo entrare notevolmente in crisi ad un certo punto del racconto.
Ho gradito molto lo stile della narrazione perfettamente aderente al modo di parlare e sentire di un odierno adolescente ( non mi hanno dato nemmeno fastidio la frequenza abbastanza alta di bestemmie e parolacce usate); inoltre ho gradito anche che sebbene in definitiva non venga narrato niente di eclatante, l’autore in maniera fluida e scorrevole e soprattutto senza forzature, riesca a mantenere alta l’attenzione del lettore fino alle ultime righe.

lunedì 13 marzo 2017


“Chirù venne a me come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva. Era vestito da adultone ostentava una disinvoltura sfrontata, ma sotto la giacca da orchestrale gli s’intuivano due braccia troppo lunghe per essere qualcosa di più che goffe”.
Così ci viene incontro questo ragazzo di diciotto anni nella sua ingenuità e insieme sfrontatezza tipica di un’età al confine tra la fanciullezza e l’adulto che sarà.
La voce narrante è Eleonora, un’ attrice alla soglia dei quarant’anni che con diffidenza gli si avvicina pur rimanendone affascinata.
Vorrei poter dire che quella tra noi fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirù lo riconobbi dall’odore delle cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell’odore era lo stesso mio”.
Chirù è iscritto al Conservatorio dove si sta per diplomare in violino; il ragazzo è guidato da forti ambizioni, vuole diventare un artista importante e chiede ad Eleonora di fargli da mentore, per introdurlo alla Vita. Lei esita ma alla fine cede complice “una luminescenza emotiva che non provavo da molto tempo”.
Inizia un percorso particolarmente doloroso per lei, durante il quale vengono a galla alcuni fantasmi dal passato che aveva nel frattempo riposto in un cassetto sigillato della sua memoria: un padre violento, una madre anafettiva e succube del marito, una storia d’amore di passione diluitasi in una pacata amicizia ma è soprattutto il ricordo del terzo e ultimo dei suoi allievi, con il suo carico di sofferenza, ad impedire un rapporto esclusivo e sereno con il ragazzo.
Eleonora diventa la sua guida spirituale ma, abituata ormai ad avere un controllo quasi parossistico della sua vita, è come se si volesse lasciare uno spiraglio aperto per allontanarsi da lui non appena la situazione sembrerà sfuggirle di mano.
Il rapporto che si crea è a tratti ambiguo ed il ragazzo mentre fa tesoro in maniera a volte spregiudicata di tutti gli insegnamenti che lei gli fornisce, le si lega eccessivamente. Tramite un gioco di sguardi, sensazioni, di frasi dette ma anche non dette, si protrae la loro conoscenza reciproca fino a giungere ad una scena finale che sancirà l'essenza della loro “relazione”.
Michela Murgia fa uso di una scrittura ammaliante, piena di frasi con subordinate fortemente evocative che ci avvolgono piacevolmente. Mi ha colpito molto la suddivisione dei capitoli in tante lezioni, come se, a mio parere, ad imparare dalla Vita, dovessimo essere tutti noi insieme ai due protagonisti.

Questo è un romanzo da assaporare pian piano, dalla trama a prima vista pacata, che sembra sfiorarci leggermente ma a ben guardare molto pungente. E’ un romanzo il cui “terremoto” avviene nell’intimo dei personaggi e in particolare di Eleonora, mentre Chirù, nonostante dia il nome al romanzo sembra rimanere sullo sfondo e serva solo da filo conduttore dei pensieri della sua insegnante.

domenica 19 febbraio 2017


Antonio Tabucchi con questo romanzo ci trasporta in una Lisbona della fine degli anni ’30, in pieno regime dittatoriale salazarista.
Pereira è un giornalista che lavora al “Lisboa”, e che dopo vent’anni di cronaca nera si dedica alla rubrica culturale del giornale. Vive immerso nei suoi pensieri dividendosi tra l’amore per la letteratura francese ottocentesca e il ricordo della moglie, morta di tubercolosi anni prima, della quale rimane solo una fotografia a cui si rivolge ogni giorno come se lei fosse ancora vivente. E’ profondamente abitudinario anche nel mangiare: ogni giorno si reca allo stesso Caffè e ordina la stessa limonata e la stessa omelette.
E’ un uomo obeso, cardiopatico, mediocre, completamente avulso dalla realtà che il Portogallo sta vivendo, fino a quando un giorno, impressionato da un articolo sulla morte scritto da Francesco Monteiro Rossi, decide di chiamare il giovane autore di origini italiane per proporgli di scrivere dei necrologi anticipati di personaggi celebri ancora in vita. Il giovane accetta immediatamente, ma gli scritti che gli mostrerà successivamene non corrispondono alle aspettative di Pereira, perché intrisi di critiche alla politica del regime verso cui è evidente la profonda avversione.
Non sapendo spiegarsi il motivo, Pereira prende a cuore le sorti del giovane italiano e sebbene consideri inpubblicabili i suoi scritti, lo paga lo stesso e lo prende addirittura sotto la sua ala protettrice, considerandolo quasi il figlio che lui e sua moglie non hanno mai avuto.
Man mano grazie all’ardore, allo spirito irrequieto e all’entusiamo verso la vita da parte di Francisco Monteiro, influenzato inoltre dalle idee della fidanzata di quest’ultimo, Marta, Pereira comincia a prendere consapevolezza della realtà che lo circonda: il clima di intimidazione e violenza che vive la sua società e la censura a cui è sottoposta la stampa. 
Poco tempo dopo, Pereira si reca in una clinica talassoterapica per curare la sua cardiopatia, dove conosce un altro personaggio fondamentale nella metamorfosi interiore che sta intraprendendo, il dottor Cardoso, a cui racconta dei sommovimenti che sta avvertendo dentro di sé e che non riesce a spiegare in maniera logica, avendo sempre preferito una vita tranquilla e senza tante pretese. Cardoso, allora gli spiega una teoria psicologica interessante che sta prendendo piede in Francia.
Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perchè noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l'io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione.
Ed aggiunge:
“Sa cosa le dico, dottor Pereira, se lei vuol aiutare l'io egemone che sta facendo capolino, forse deve andare altrove, lasciare questo paese, credo che avrà meno conflitti con se stesso, lei in fondo può farlo, è un professionista serio, parla bene il francese, è vedovo, non ha figli, cosa la lega a questo paese? Una vita passata, rispose Pereira.
Liberatorio sarà il suggerimento che infine gli darà Cardoso:
“la smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro
Lasciandosi guidare da questo nuovo "io", Pereira uscirà dal guscio in cui ha condotto una vita ovattata per anni e trarrà la forza per agire e dare una dignità alla sua fino ad allora meschina esistenza intrecciandola  indelebilmente non solo con quella di Francisco Monteiro ma con chiunque aspira alla piena libertà di pensiero.
Antonio Tabucchi con uno stile delicato e amorevole ha regalato all’umanità un personaggio indimenticabile, Pereira, e con l’uso ripetitivo della frase “Sostiene Pereira” sembra dare maggior risalto alla sua modestia, quasi sia il resoconto di un interrogatorio in cui Pereira cerca di difendersi ostinatamente.
La storia è di un’attualità sconcertante, non sembra sia cambiato gran che dal periodo di Salazar in Portogallo e oggigiorno anche i Paesi che sembrano più “liberi” ci chiediamo, forse non a torto, se lo siano veramente.
Pereira rappresenta in fondo l’eroe che ciascuno di noi potrebbe diventare, se solo volessimo ascoltare quel piccolo disagio che avvertiamo ogni tanto dentro di noi e decidessimo di seguirlo per scoprire verso quali lidi ci può condurre invece di lasciarci intorpidire dalla vita sonnolenta e comodamente consuetudinaria che trasciniamo.
La grande letteratura è quella che ci induce a porci domande scomode e a ricevere risposte ancora più scomode su di noi, per questo motivo sicuramente “Sostiene Pereira” ne è un suo piccolo gioiello.

domenica 22 gennaio 2017


Una pallida luna di tre quarti” illumina come un faro la scena iniziale, sulla quale al momento solo la vita animale notturna è presente, poi improvvisamente ecco comparire il personaggio attorno al quale verrà imbastito l’intero romanzo:
“Fu sullo sfondo dell’impalpabile nuvolaglia grigio-verde che la ragazza fece il suo ingresso nel giardino. Era nuda, e pallida, e ricoperta di sangue. Aveva le unghie dei piedi laccate di rosso, belle caviglie dalle quali partiva un paio di gambe slanciate ma non secche. Fianchi morbidi. Un seno dritto e pieno. Avanzava un passo dietro l’altro – lenta, barcollante, tagliando il prato in due.
Non era molto oltre la trentina, ma non poteva avere meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto. La carnagione chiara metteva in evidenza le strisciate lungo le gambe, mentre le ecchimosi su fianchi e braccia e fondoschiena, simili a macchie di Rorschach, sembravano raccontare tutta una vita interiore attraverso la superficie. Il volto gonfio, le labbra solcate da un profondo taglio verticale.
Era normale che gli animali si fossero messi in allerta. Molto piú strano che non l’avessero mantenuta. L’aspide ripiombò sulla sua preda. I grilli frinivano di nuovo. La ragazza aveva cessato di preoccuparli. Piú che l’innocuità, sembravano avvertirne il conclusivo trascinarsi verso il punto che fa crollare le differenze di specie. La ragazza calpestò la superficie erbosa circondata da questa sorta di indifferenza atavica. Venne percorsa dal manto sfavillante col quale la piscina si rifletteva sui muri della villa. Superò la bici abbandonata nel vialetto. Poi, come era apparsa in quel piccolo angolo di mondo, ne venne fuori. Attraversò la siepe sul lato opposto. Iniziò a perdersi nella sterpaglia”
Ecco Clara, ripresa qui nei suoi ultimi istanti di vita mentre si reca inconsapevolmente incontro alla morte.
Il romanzo parte dalla tragica scomparsa di Clara per costruire un romanzo crudele, brutale e feroce proprio come il titolo vuole suggerire.
Clara appartiene alla famiglia Salvemini notissima famiglia della provincia barese in ambito edilizio, arricchitasi anche tramiti “accordi” poco chiari.
La famiglia Salvemini è composta da Vittorio, imprenditore edile interessato solo ad un arricchirsi  spietato, la moglie Annamaria che pur di non perdere i privilegi che la ricchezza acquisita le ha portato, è disposta ad accettare anche le infedeltà del marito, la figlia Gioia, una ventiseienne viziata incapace di elaborare il lutto della sorella, il primogenito Ruggero, un famoso oncologo, che pur disprezzando il padre, non si astiene dal gestire i rapporti illeciti per conto di Vittorio; infine ci sono i due “outsider”, Clara, la magnetica, dal corpo mozzafiato, stupenda, che sebbene sposata, si concede facilmente ad altri uomini come se fosse sotto l’effetto di uno sfrenato desiderio di autopunirsi per scontare colpe imperdonabili e infine Michele, figlio illegittimo di Vittorio ma cresciuto dalla famiglia Salvemini, avendo perso la madre durante il parto.
Michele e Clara costituiscono un mondo a sé; i due fratellastri sono legati da un rapporto così morboso da rasentare l’incesto: Michele sin da bambino mostra gravi disagi psicologici ma Clara, a differenza degli altri membri della famiglia lo accoglierà sotto la sua ala protettrice.
A causa di varie vicissitudini vissute dal ragazzo, i due fratelli si separeranno, ma il legame che esiste fra di loro non si spezzerà mai, supererà i confini della vita perché
“I  parenti di sangue non si stancano di interrogarci. Depositano in noi la loro voce. È questa a parlare mentre loro sono assenti.” 
Sarà Michele di ritorno a Bari per la morte della sorella, da Roma, dove ormai vive, ad indagare  in maniera accanita sul mistero della sua scomparsa.
Mentre la sua famiglia nasconde il lutto dietro il silenzio, l’inconsistenza della sua routine quotidiana e le feste per ingraziarsi qualche potente, Michele si butta a capofitto nella ricerca delle persone che hanno fatto parte della vita di Clara, fino all’apparente  catarsi finale, apparente perché anche se sembra ci sia un lieto fine, ad un'analisi più attenta, è solo una pia illusione.
Questo è un libro che sono riuscita a digerire con molta fatica sia per il contenuto, sia per lo stile, poco scorrevole, con l’uso di frasi lunghe e metafore di non sempre facile comprensione (è stato necessario rileggere alcuni periodi più volte per coglierne un senso). Nonostante ciò, è un libro che mi è rimasto dentro:la spietatezza e la disumanità di alcuni dei personaggi è resa alla perfezione, sia grazie allo stile che al registro utilizzato.
Ho apprezzato soprattutto il “modus operandi” dello svolgimento della racconto: la vita di Clara è narrata da diversi punti di vista, alcune volte anche stessi avvenimenti e questo permette di vedere le varie sfaccettature della personalità della ragazza, la quale quasi a mò di fantasma percorre tutto il romanzo, e sembra  affiancare il lettore alitandogli quasi sul collo.
Stupende le descrizioni della vita animale e dei paesaggi naturali poste come contrapposizione oppure a volte come parallelismo alla vita degli “umani”.
Ciò che in assoluto traspare in tutta la storia, a partire già dalla copertina, è il senso di falsità, di crudeltà, di incapacità dei personaggi di andare al di là del ruolo che la vita gli ha affibbiato, la loro anaffettività (a parte i due “strani” della famiglia), la loro ferocia che fa perdere quel po’ di umano che avrebbero potuto avere e così almeno riscattarli in parte.
Infine, indimenticabile verso le ultime pagine della storia, la scena in cui la gattina di Michele, scomparsa dalla villa poco dopo il suo arrivo, è costretta a dimenticare in fretta la tenerezza della sua cattività per arrendersi ad uno stato selvaggio e primitivo che aveva insito dentro di sé… come i personaggi del romanzo che però della loro umanità non sono mai stati in grado di farne uso.

Con estrema precisione, gli artigli della gatta attraversarono diagonalmente gli occhi del roditore. Il topo si ribaltò su un fianco. Il felino gli fu addosso. Affondò i denti nella dura pelle del collo. Mentre lottava sapeva, sapeva e ricordava al tempo stesso. Il topo squittiva disperatamente. Nella gola della gatta gorgogliò qualcosa di denso e profondo. Aveva trovato la vena. Era eccitata, elettrica. Lo sentì dare l’ultimo sussulto sotto i raggi della luna.

sabato 7 gennaio 2017



"Perché le persone sono differenti?"
Questa è la domanda con cui Sebastian Seung termina l'introduzione e che rappresenta la domanda "guida" che dà senso a tutto il saggio.
Partendo da un excursus storico sullo studio del cervello e passando attraverso le ultime scoperte sugli aspetti fisiologici, si riesce ad intuire la sua incredibile e sempre più stupefacente complessità, se addirittura la ricostruzione del connettoma di un verme ha richiesto 10 anni per essere completato.
L'autore ci porta poi con gli ultimi due capitoli in un futuro immaginifico, fantascientifico, discutendo di crionica e uploading, permettendoci di sognare sul superamento dei limiti dell materia. Un libro che ci dà l'opportunità di conoscerci meglio e di non farci smettere di stupirci.

domenica 18 dicembre 2016



Enrico Vallesi, originario di Bari, vive da anni a Firenze ed è uno scrittore che ormai si dà solo a lavori di editing di manoscritti di altri autori. Bloccato dal successo del primo romanzo di dieci anni prima e abbandonato dalla sua fidanzata vede sconvolgere la routine della sua piatta esistenza da una notizia letta su un quotidiano: un ex compagno di scuola del liceo è morto in uno scontro a fuoco a Bari con le forze dell'ordine, un compagno che ebbe un' enorme influenza durante la sua adolescenza. Immediatamente decide di fare ritorno nella sua città dopo tanti anni. Inizia così un viaggio a ritroso nel tempo fra i ricordi e contemporaneamente un viaggio nel presente, come in una sorta di confronto tra ciò che era e ciò che è rimasto dentro e fuori di lui.
Secondo me, questo è uno dei romanzi che completa il suo senso solo considerando anche il titolo e l'immagine della copertina: due ragazzi che si tuffano in acqua. Essi rappresentano uno dei ricordi più evocativi presenti nel libro, una delle sue paure più bloccanti: lanciarsi nell'ignoto. I due ragazzi diventano la personificazione del tanto ossessivo per il protagonista, "bordo vertiginoso delle cose".

La storia, con un linguaggio intimo e delicato, non narra solo un viaggio fisico nella città e un altro tra i ricordi della sua adolescenza ma anche la decisione finalmente di affrontare faccia a faccia questo "bordo vertiginoso delle cose", accettare l'inevitabile terremoto interno che provoca tale confronto e abbandonarsi ad esso per riemergere: "Poi qualcosa ti ferma sulla porta. Succede che te ne renda conto; o forse è la prima volta dopo tanto tempo che ti rendi conto davvero di qualcosa su di te. Hai appena infilato la giacca quando ti metti a piangere, come se qualcuno avesse fatto scattare un interruttore silenzioso e inevitabile. Prima piangi piano, in silenzio, quasi a non voler disturbare. Poi più forte fino a quando non arrivano i singhiozzi e la pena disperata per la tua solitudine e il tuo fallimento e il tuo fare finta di niente e l'amore perduto e non più ritrovato, e tuo padre e tua madre che non hai mai conosciuto davvero e adesso è tardi e per tutta questa vita che ti è passata accanto e che non sei stato capace di vivere perchè volevi soltanto raccontarla, e non sei stato capace di fare neanche quello".

sabato 3 dicembre 2016



Cinquanta persone improvvisamente si trovano catapultate in un luogo imprecisato: un grande stanzone con un misterioso e buio corridoio che porta chissà dove. Cosa succederà?
Questo è l’interrogativo che il lettore si pone sin dall’incipit accompagnato da una voce narrante che parlando in prima persona racconta da “osservatore esterno” quello che succede all’interno del luogo addentrandosi addirittura nei pensieri delle persone.
Ecco quindi che il lettore familiarizza con il puro terrore che avvince all’inizio i malcapitati, si rende partecipe del loro smarrimento e man mano rimane invischiato nel disgusto quando la situazione degenera e viene mostrato a che livello di disumanità è in grado di giungere il genere umano.
Ciò che avviene in questo luogo è la rappresentazione in piccolo di ciò che ogni giorno accade o può accadere sul nostro pianeta e lo scrittore lo racconta con uno stile pesante, claustrofobico che attanaglia il lettore fino alla fine.
Come ogni libro di quest’autore, di cui ho già letto altri romanzi, anche quest’ultimo invita a riflessioni profonde su di noi in quanto esseri umani … se poi davvero di “umano” abbiamo qualcosa quando si tratta di “salvare la nostra pelle”.