domenica 15 aprile 2018


Oggi voglio presentare il romanzo di una scrittrice emergente, Bea Castelli con il suo  “Felicitè. I tumulti dell’essere”.
Di solito non sono avvezza a leggere libri “Romance Fiction Sexy” ma nonostante non sia il mio genere preferito, ho trovato questa storia interessante.
Il romanzo si apre con Bilitis, la protagonista, in attesa all’aeroporto di Parigi del volo per le Seychelles per trascorrere un mese da sola  e in pieno relax , lontano dai pensieri negativi che ogni tanto la colgono, mentre il suo fidanzato Alain rimarrà ad attenderla pazientemente a Parigi.
Bilitis, nonostante sia abituata ai continui spostamenti per il suo lavoro di archeologa, sente che questa vacanza è necessaria per conoscere meglio se stessa e venire a patti con il proprio passato.
Proveniente da una famiglia estremamente religiosa, e in particolare succube di una madre che considera l’altro sesso con diffidenza e disprezzo, Bilitis deve fare i  conti con le proprie contraddizioni e pulsioni anche distruttrici, che affiorano troppo spesso e intensamente.
La vacanza farà da propulsore ad enormi cambiamenti nella sua vita che si estenderanno anche fin oltre la sua permanenza sull’isola. Inizierà per  Bilitis un percorso altalenante tra momenti di estrema passione e di estrema sofferenza interiore che la farà giungere ad una piena conoscenza di se stessa e soprattutto le permetterà di far pace con la parte di se stessa succube di inibizioni moralistiche.
Come avverte la prefazione, questo romanzo non è certamente un soufflè, ed alcuni potrebbero trovare disturbanti certe situazioni e certi dialoghi perché i pregiudizi in ambito sessuale sono i più difficili da estirpare; però lo stile scorrevole non lo rende sicuramente noioso ed è facile divorarlo in pochissimo tempo. Questo è un libro soprattutto per chi è curioso di esplorare anche solo leggendo le sue pagine, ambiti più disinibiti della propria personalità e sicuramente non lascerà indifferente nessuno tra coloro che sia avventureranno nella sua lettura.

domenica 25 marzo 2018


Avevo in serbo di leggere “Americanah”  già da un bel po’ ma non mi decidevo a farlo perché le 500 pagine mi spaventavano, invece mi sbagliavo, perché fin dalle prime righe la scrittura scorrevole e coinvolgente dell’autrice mi ha catturato in un vortice e Ifemelu è diventata la mia “amica” più vicina fin quando non l’ho terminato.
“Americanah” sembra a prima vista una semplice storia d’amore, ma mentre lo leggi avverti che è in realtà qualcosa di più.

All’inizio troviamo Ifemelu, una ragazza nigeriana che vive negli Stati Uniti da 13 anni, che prende la decisione di tornare in Nigeria, lasciare il suo fidanzato afro-americano e chiudere un blog redditizio che l’ha resa anche molto famosa.
La vediamo mentre dalla parrucchiera si sta facendo rifare le treccine e ripercorre interiormente buona parte della sua vita, da quando era studentessa in Nigeria, innamorata di Obinze, l’amore della sua vita, fino a quando arriva in America dove vive già da qualche anno sua zia Ujiu con il figlio Dike.
Riviviamo così insieme a lei la scoperta dolorosa di “essere nera” solo quando mette piede sul suolo americano, le umiliazioni e i rifiuti durante i colloqui di lavoro, e la tenacia con cui nonostante tutto è riuscita poi ad ottenere un posto nella società americana grazie anche al blog che ha creato, che riflette  sui pregiudizi degli americani sui neri .
“Dunque tre donne nere su quasi duemila pagine di riviste femminili, e sono comunque meticce o di razza incerta, quindi potrebbero anche essere indiane o portoricane o qualcosa del genere. Nessuna di loro è scura. Nessuna di loro mi somiglia. Quindi in queste riviste non trovo mai idee su come truccarmi. Guarda, quest'articolo dice di pizzicarti gli zigomi per dargli colore, perché è sottinteso che tutte le lettrici abbiano zigomi che prendono colore se li pizzichi. Quest'altro parla di prodotti per capelli per tutte, e tutte significa bionde, brune e rosse. Io non sono tra queste. E questo parla dei balsami migliori, per capelli lisci, mossi e ricci. Non crespi. Vedi cosa intendono per ricci? I miei capelli non potrebbero mai essere così. Questo parla di come abbinare l'ombretto al colore degli occhi, azzurri, verdi e nocciola. Ma i miei occhi sono neri, quindi non posso sapere quale sia l'ombretto giusto per me. Qui dicono che il rossetto rosa è universale, ma lo è solo se sei bianca perché io sembrerei una golliwog se usassi questo tono di rosa. Ah, guarda, qui si fanno progressi. La pubblicità di un fondotinta. Ci sono sette tonalità diverse per pelle bianca e un generico color cioccolato, ma questo è già avanti. E ora parliamo un po' di chi ha una visione distorta della razza.

Il libro racconta anche la storia di Obinze, che in Nigeria ormai ricco, sposato e padre di una bambina ha vissuto anche lui gli stessi problemi di Ifemelu mentre viveva in Inghilterra clandestinamente, ma al contrario di Ifemelu, ha dovuto subire anche l’umiliazione del rimpatrio forzato.

Quando Ifemelu ritorna in Nigeria, deve affrontare un razzismo “al contrario” perché ormai è diventata “Americanah”, è cambiata e mentre cercherà di riappropriarsi delle sue origini, rivivendo la Nigeria con occhi diversi, tenterà anche di cucire ferite d’amore passate.
Non voglio aggiungere altro sulla trama, che quando leggerete il romanzo, scoprirete avere un ruolo secondario, perché quello che conta in questa storia sono i sentimenti dei protagonisti.
 Questo è un libro di satira sul razzismo “travestito” da storia sentimentale oppure il contrario; da qualsiasi punto di vista lo si consideri, “Americanah” ci permette di riflettere su di noi, sull’ipocrisia che imperversa nella società (in particolare quella americana) riguardo al razzismo; un razzismo mascherato dal politically correct ma non meno crudele di quello che si respirava anche fino a una cinquantina di anni fa, che ci fa porre domande sul “senso di appartenenza” e per contrasto sul suo contrario.

Questo romanzo è  anche una sfida per l’autrice, Chimamanda Ngozi Adichie, che anch’essa nigeriana, deve aver vissuto sulla propria pelle le esperienze di Ifemelu, tanto si avverte la sofferenza sottostante e in una parte del libro per bocca di Ifemelu dice
Non si può scrivere un romanzo onesto sulla razza in questo paese. Se scrivi su come la gente è condizionata dalla razza, è troppo ovvio. I pochi scrittori neri che fanno narrativa di qualità in questo paese, e sono tre, non i diecimila che scrivono quelle cazzate di libri sui ghetti con le copertine sgargianti, hanno due scelte: o fare i preziosi o fare i pretenziosi. Quando non sei né l’uno né l’altro, nessuno sa cosa farsene di te. Quindi, se vuoi scrivere di razza, devi cercare di farlo in modo lirico e sottile così che il lettore che non legge tra le righe non si accorge neppure che si parla di questioni razziali. 
Con una sincerità quasi brutale ci troviamo di fronte al nostro finto perbenismo, al nostro voler credere che dai tempi della schiavitù in America, siano stati fatti enormi passi avanti ma la verità è che
 L'unica ragione per cui dici che la razza non é un problema é perché vorresti che non lo fosse. Tutti lo vorremmo, ma é falso. 

sabato 11 novembre 2017



Questo è un libro che non conosce mezze misure: o lo si ama dall’inizio o lo si odia e si è tentati di abbandonarlo.
Per me è stato un colpo di fulmine e adesso, a distanza di qualche settimana dall’averlo terminato, è capace di suscitare ancora in me sensazioni vive e vibranti.
La trama è molto semplice ma come in ogni storia è il modo in cui viene raccontata a fare la differenza: e’ la narrazione di avvenimenti accaduti in una calda estate ligure di  vent’anni prima, e a farlo è proprio il protagonista, Elio, allora diciassettenne.
Sono appena iniziate le sue vacanze estive nella villa sul Ponente ligure. La sua è una famiglia che fa della cultura un vero e proprio culto: il padre, professore all’università, ogni anno ospita d’estate degli universitari, cosa che Elio accoglie sempre come una scocciatura. Quell’anno però è diverso: arriva da New York, un ragazzo di 24 anni, Oliver, che deve terminare la sua tesi di post-dottorato e il suo incontro non lo lascerà indifferente.
Sin dai primi sguardi, Elio sente che qualcosa lo turba e crea dei rituali per dissimulare il sentimento nascente che crescerà in maniera sempre più coinvolgente fino a diventare un ossessione e a influenzare l’umore delle sue giornate. Elio si porrà importanti interrogativi sulla sua sessualità, germoglieranno dubbi sul senso della sua esistenza; quell’estate rappresenterà  uno spartiacque nella sua adolescenza e lo condurrà a non riconoscersi più nell’Elio di addirittura un mese prima che conoscesse Oliver. Sarà dilaniato tra il desiderio dirompente di una maggiore intimità con l’universitario e il tentativo di essere “normale” intrecciando una storia con una sua amica del posto.
La passione che lo travolge però è più forte e l’amicizia con l’americano diverrà un legame estremamente potente capace di sfidare qualsiasi bigottismo.
L’estate di Elio è un susseguirsi di conversazioni appassionate con Oliver, di nuotate insieme durante la mattina, passeggiate in bicicletta fino in paese mentre interiormente, si alterneranno momenti di sofferenza acuta, gioia, ansia, entusiasmo, coraggio e paura di non piacere.

“Questo era il mio momento di “paradiso” e, giovane com’ero, sapevo che non sarebbe durato a lungo e che dovevo godermelo per quello che era invece di rovinarlo con il mio proposito, spesso vacillante, di consolidare la nostra amicizia o di portarla su un piano diverso”.

Anche Oliver, man mano si scoprirà sempre più e l’amicizia con Elio si trasformerà in un vortice di passione alternato a ripensamenti e conseguenti periodi di distacco; come in un giro sulle montagne russe assaporeranno insieme la sofferenza e l’estasi più pure.
E’ un legame che segnerà entrambi  per sempre e mostrerà la sua forza anche a distanza di parecchi anni, quando si ricontreranno ormai più maturi e forgiati da altre esperienze di vita.

“Sono come te, ha detto. Mi ricordo tutto.”
Mi sono fermato un secondo. Se ti ricordi tutto[…]allora, una volta soltanto, girati verso di me e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome.”

Quella narrata  è semplicemente una storia d’amore, che sia tra due uomini non cambia la profondità di un sentimento che due anime possono condividere (checchè ne possa dire l’ipocrita moralista); si sarebbe potuti cadere nel banale o nel volgare ma l’autore è stato in grado di mantenere sapientemente bilanciati i momenti di passione e di riflessione.
Lo stile è molto evocativo, e lo scrittore è riuscito con una prosa scorrevole, schietta fin certe volte all’eccesso a farmi immedesimare nel personaggio narrante. Ho ritrovato in molti passi pensieri che ogni tanto mi sorgono, stupita che fossero messi su carta in maniera così perfetta e coinvolgente.
Considero la storia raccontata da André Aciman, come una metafora della vita, e che sia stata raccontata una storia d’amore per me è solo un dettaglio. La sensazione che mi ha pervaso durante l’intera lettura e soprattutto verso la fine è che certi ricordi, quelli che ti segnano,  che costringono la tua vita a prendere una direzione piuttosto che un’altra, sono quelli che si caricano di una tale energia, che anche quando gli avvenimenti e i protagonisti saranno ormai molto lontani nel tempo o nello spazio, qualsiasi oggetto, qualsiasi paesaggio sarebbe capace di farli rivivere in un eterno presente come il sapore delle madeleine per Proust.

“Mi balenò un pensiero: i miei discendenti avrebbero saputo cosa ci eravamo detti quel giorno in quella piazzetta? O se non proprio loro, almeno qualcun altro?Oppure tutto si sarebbe dissolto nell’aria, come sentivo che una parte di me desiderava?Avrebbero saputo che quel giorno, in quella piazzetta, il loro destino era stato sull’orlo del precipizio?[…]
Fra trenta o forse quarant’anni tornerò qui e ripenserò a una conversazione che non potrò mai dimenticare, per quanto un giorno possa desiderarlo. Ci verrò con mia moglie e i miei figli, mostrerò loro il panorama, indicherò la baia, i caffè, i Le Danzing, il Grand Hotel. Poi mi metterò qui in piedi e chiederò alla statua e alle sedie con lo schienale di paglia e ai traballanti tavolini di legno di ricordarmi un certo Oliver.”



domenica 10 settembre 2017



Dal titolo sembrerebbe un manuale su come rendere felice la vita di coppia, invece no e Morelli lo dichiara sin dall'inizio del primo capitolo "Questo libro non è un manuale dell'amore felice. Vuole semplicemente dimostrare che i codici dell'anima sono differenti da quelli con cui ci relazioniamo con le cose del mondo."
Questo libro vuole ampliare o meglio sconvolgere l'idea che abbiamo dell'Amore, quello catalogato, che deve rientrare all'interno di certi luoghi comuni che quasi sempre rovinano la nostra vita e i nostri amori. Morelli sconvolge le nostre certezze derivate da una mentalità arida, ma lo fa guidandoci per mano con un sorriso, affinchè ci guardiamo dentro senza razionalizzare i nostri sentimenti o i "cattivi pensieri" e amiamo qualunque segnale ci invia il nostro essere interiore, perchè essi rappresentano la nostra vera natura e sono fondamentali per la nostra evoluzione come anime in cammino. 
"A cosa serve l'amore? Spesso ci fissiamo su una persona, crediamo che sia lei la causa e l'oggetto del nostro innamoramento. Ma ci sbagliamo, e per questo soffriamo. In realtà non amiamo qualcuno, non amiamo un oggetto: l'amore serve a fare di noi un nuovo essere, a far nascere un nuovo individuo. [...]Se ci affidiamo all'Amore senza aspettarci niente, allora entriamo nel regno del Senza Tempo, dove si creano incessantemente nuovi mondi, dove vivono gli Dei, dove c'è il ristoro, dove si nasconde il segreto della vita." 


mercoledì 12 luglio 2017



Nimal Kingdom ci catapulta senza preamboli nella quotidianità di un piccolo paese di provincia nel milanese. La storia ci è raccontata tramite gli occhi di un adolescente, protagonista del romanzo, il quale attraverso il suo diario narra le vicende che accadono nel suo paesino e i sentimenti suoi e degli abitanti che le accompagnano.
Diego Ferrucci è una ragazzo di sedici anni che vive la sua adolescenza con insofferenza verso il suo paese e la sua famiglia, incapace, tranne la sorellina Chiara, di ascoltare le sue intime esigenze: la mamma succube della televisione e il padre perennemente stanco per il lavoro massacrante sono accomunati entrambi da ignoranza e ottusità. Un’ottusità che non risparmia nemmeno gran parte degli abitanti del paese, sempre pronti ad avercela con il “diverso”, l’extracomunitario di turno, oppure lo Stato, meschini e pettegoli senza pari, però pronti a mettersi in mostra non appena il Presidente della Regione va a fare loro visita.
La vita descritta rappresenta la vita che può esserci in qualsiasi paesino di provincia, Nord o Sud che sia, immerso nella sua grettezza e incapace di affrancarsene perché inconsapevole.
Il protagonista si rende invece conto di tutto ciò che lo circonda, ma la consapevolezza non è sufficiente se non è poi accompagnata dall’azione ed è proprio questa sua “pigrizia” a farlo entrare notevolmente in crisi ad un certo punto del racconto.
Ho gradito molto lo stile della narrazione perfettamente aderente al modo di parlare e sentire di un odierno adolescente ( non mi hanno dato nemmeno fastidio la frequenza abbastanza alta di bestemmie e parolacce usate); inoltre ho gradito anche che sebbene in definitiva non venga narrato niente di eclatante, l’autore in maniera fluida e scorrevole e soprattutto senza forzature, riesca a mantenere alta l’attenzione del lettore fino alle ultime righe.

lunedì 13 marzo 2017


“Chirù venne a me come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva. Era vestito da adultone ostentava una disinvoltura sfrontata, ma sotto la giacca da orchestrale gli s’intuivano due braccia troppo lunghe per essere qualcosa di più che goffe”.
Così ci viene incontro questo ragazzo di diciotto anni nella sua ingenuità e insieme sfrontatezza tipica di un’età al confine tra la fanciullezza e l’adulto che sarà.
La voce narrante è Eleonora, un’ attrice alla soglia dei quarant’anni che con diffidenza gli si avvicina pur rimanendone affascinata.
Vorrei poter dire che quella tra noi fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirù lo riconobbi dall’odore delle cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell’odore era lo stesso mio”.
Chirù è iscritto al Conservatorio dove si sta per diplomare in violino; il ragazzo è guidato da forti ambizioni, vuole diventare un artista importante e chiede ad Eleonora di fargli da mentore, per introdurlo alla Vita. Lei esita ma alla fine cede complice “una luminescenza emotiva che non provavo da molto tempo”.
Inizia un percorso particolarmente doloroso per lei, durante il quale vengono a galla alcuni fantasmi dal passato che aveva nel frattempo riposto in un cassetto sigillato della sua memoria: un padre violento, una madre anafettiva e succube del marito, una storia d’amore di passione diluitasi in una pacata amicizia ma è soprattutto il ricordo del terzo e ultimo dei suoi allievi, con il suo carico di sofferenza, ad impedire un rapporto esclusivo e sereno con il ragazzo.
Eleonora diventa la sua guida spirituale ma, abituata ormai ad avere un controllo quasi parossistico della sua vita, è come se si volesse lasciare uno spiraglio aperto per allontanarsi da lui non appena la situazione sembrerà sfuggirle di mano.
Il rapporto che si crea è a tratti ambiguo ed il ragazzo mentre fa tesoro in maniera a volte spregiudicata di tutti gli insegnamenti che lei gli fornisce, le si lega eccessivamente. Tramite un gioco di sguardi, sensazioni, di frasi dette ma anche non dette, si protrae la loro conoscenza reciproca fino a giungere ad una scena finale che sancirà l'essenza della loro “relazione”.
Michela Murgia fa uso di una scrittura ammaliante, piena di frasi con subordinate fortemente evocative che ci avvolgono piacevolmente. Mi ha colpito molto la suddivisione dei capitoli in tante lezioni, come se, a mio parere, ad imparare dalla Vita, dovessimo essere tutti noi insieme ai due protagonisti.

Questo è un romanzo da assaporare pian piano, dalla trama a prima vista pacata, che sembra sfiorarci leggermente ma a ben guardare molto pungente. E’ un romanzo il cui “terremoto” avviene nell’intimo dei personaggi e in particolare di Eleonora, mentre Chirù, nonostante dia il nome al romanzo sembra rimanere sullo sfondo e serva solo da filo conduttore dei pensieri della sua insegnante.

domenica 19 febbraio 2017


Antonio Tabucchi con questo romanzo ci trasporta in una Lisbona della fine degli anni ’30, in pieno regime dittatoriale salazarista.
Pereira è un giornalista che lavora al “Lisboa”, e che dopo vent’anni di cronaca nera si dedica alla rubrica culturale del giornale. Vive immerso nei suoi pensieri dividendosi tra l’amore per la letteratura francese ottocentesca e il ricordo della moglie, morta di tubercolosi anni prima, della quale rimane solo una fotografia a cui si rivolge ogni giorno come se lei fosse ancora vivente. E’ profondamente abitudinario anche nel mangiare: ogni giorno si reca allo stesso Caffè e ordina la stessa limonata e la stessa omelette.
E’ un uomo obeso, cardiopatico, mediocre, completamente avulso dalla realtà che il Portogallo sta vivendo, fino a quando un giorno, impressionato da un articolo sulla morte scritto da Francesco Monteiro Rossi, decide di chiamare il giovane autore di origini italiane per proporgli di scrivere dei necrologi anticipati di personaggi celebri ancora in vita. Il giovane accetta immediatamente, ma gli scritti che gli mostrerà successivamene non corrispondono alle aspettative di Pereira, perché intrisi di critiche alla politica del regime verso cui è evidente la profonda avversione.
Non sapendo spiegarsi il motivo, Pereira prende a cuore le sorti del giovane italiano e sebbene consideri inpubblicabili i suoi scritti, lo paga lo stesso e lo prende addirittura sotto la sua ala protettrice, considerandolo quasi il figlio che lui e sua moglie non hanno mai avuto.
Man mano grazie all’ardore, allo spirito irrequieto e all’entusiamo verso la vita da parte di Francisco Monteiro, influenzato inoltre dalle idee della fidanzata di quest’ultimo, Marta, Pereira comincia a prendere consapevolezza della realtà che lo circonda: il clima di intimidazione e violenza che vive la sua società e la censura a cui è sottoposta la stampa. 
Poco tempo dopo, Pereira si reca in una clinica talassoterapica per curare la sua cardiopatia, dove conosce un altro personaggio fondamentale nella metamorfosi interiore che sta intraprendendo, il dottor Cardoso, a cui racconta dei sommovimenti che sta avvertendo dentro di sé e che non riesce a spiegare in maniera logica, avendo sempre preferito una vita tranquilla e senza tante pretese. Cardoso, allora gli spiega una teoria psicologica interessante che sta prendendo piede in Francia.
Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sè, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perchè noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l'io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione.
Ed aggiunge:
“Sa cosa le dico, dottor Pereira, se lei vuol aiutare l'io egemone che sta facendo capolino, forse deve andare altrove, lasciare questo paese, credo che avrà meno conflitti con se stesso, lei in fondo può farlo, è un professionista serio, parla bene il francese, è vedovo, non ha figli, cosa la lega a questo paese? Una vita passata, rispose Pereira.
Liberatorio sarà il suggerimento che infine gli darà Cardoso:
“la smetta di frequentare il passato, cerchi di frequentare il futuro
Lasciandosi guidare da questo nuovo "io", Pereira uscirà dal guscio in cui ha condotto una vita ovattata per anni e trarrà la forza per agire e dare una dignità alla sua fino ad allora meschina esistenza intrecciandola  indelebilmente non solo con quella di Francisco Monteiro ma con chiunque aspira alla piena libertà di pensiero.
Antonio Tabucchi con uno stile delicato e amorevole ha regalato all’umanità un personaggio indimenticabile, Pereira, e con l’uso ripetitivo della frase “Sostiene Pereira” sembra dare maggior risalto alla sua modestia, quasi sia il resoconto di un interrogatorio in cui Pereira cerca di difendersi ostinatamente.
La storia è di un’attualità sconcertante, non sembra sia cambiato gran che dal periodo di Salazar in Portogallo e oggigiorno anche i Paesi che sembrano più “liberi” ci chiediamo, forse non a torto, se lo siano veramente.
Pereira rappresenta in fondo l’eroe che ciascuno di noi potrebbe diventare, se solo volessimo ascoltare quel piccolo disagio che avvertiamo ogni tanto dentro di noi e decidessimo di seguirlo per scoprire verso quali lidi ci può condurre invece di lasciarci intorpidire dalla vita sonnolenta e comodamente consuetudinaria che trasciniamo.
La grande letteratura è quella che ci induce a porci domande scomode e a ricevere risposte ancora più scomode su di noi, per questo motivo sicuramente “Sostiene Pereira” ne è un suo piccolo gioiello.