domenica 18 dicembre 2016



Enrico Vallesi, originario di Bari, vive da anni a Firenze ed è uno scrittore che ormai si dà solo a lavori di editing di manoscritti di altri autori. Bloccato dal successo del primo romanzo di dieci anni prima e abbandonato dalla sua fidanzata vede sconvolgere la routine della sua piatta esistenza da una notizia letta su un quotidiano: un ex compagno di scuola del liceo è morto in uno scontro a fuoco a Bari con le forze dell'ordine, un compagno che ebbe un' enorme influenza durante la sua adolescenza. Immediatamente decide di fare ritorno nella sua città dopo tanti anni. Inizia così un viaggio a ritroso nel tempo fra i ricordi e contemporaneamente un viaggio nel presente, come in una sorta di confronto tra ciò che era e ciò che è rimasto dentro e fuori di lui.
Secondo me, questo è uno dei romanzi che completa il suo senso solo considerando anche il titolo e l'immagine della copertina: due ragazzi che si tuffano in acqua. Essi rappresentano uno dei ricordi più evocativi presenti nel libro, una delle sue paure più bloccanti: lanciarsi nell'ignoto. I due ragazzi diventano la personificazione del tanto ossessivo per il protagonista, "bordo vertiginoso delle cose".

La storia, con un linguaggio intimo e delicato, non narra solo un viaggio fisico nella città e un altro tra i ricordi della sua adolescenza ma anche la decisione finalmente di affrontare faccia a faccia questo "bordo vertiginoso delle cose", accettare l'inevitabile terremoto interno che provoca tale confronto e abbandonarsi ad esso per riemergere: "Poi qualcosa ti ferma sulla porta. Succede che te ne renda conto; o forse è la prima volta dopo tanto tempo che ti rendi conto davvero di qualcosa su di te. Hai appena infilato la giacca quando ti metti a piangere, come se qualcuno avesse fatto scattare un interruttore silenzioso e inevitabile. Prima piangi piano, in silenzio, quasi a non voler disturbare. Poi più forte fino a quando non arrivano i singhiozzi e la pena disperata per la tua solitudine e il tuo fallimento e il tuo fare finta di niente e l'amore perduto e non più ritrovato, e tuo padre e tua madre che non hai mai conosciuto davvero e adesso è tardi e per tutta questa vita che ti è passata accanto e che non sei stato capace di vivere perchè volevi soltanto raccontarla, e non sei stato capace di fare neanche quello".

sabato 3 dicembre 2016



Cinquanta persone improvvisamente si trovano catapultate in un luogo imprecisato: un grande stanzone con un misterioso e buio corridoio che porta chissà dove. Cosa succederà?
Questo è l’interrogativo che il lettore si pone sin dall’incipit accompagnato da una voce narrante che parlando in prima persona racconta da “osservatore esterno” quello che succede all’interno del luogo addentrandosi addirittura nei pensieri delle persone.
Ecco quindi che il lettore familiarizza con il puro terrore che avvince all’inizio i malcapitati, si rende partecipe del loro smarrimento e man mano rimane invischiato nel disgusto quando la situazione degenera e viene mostrato a che livello di disumanità è in grado di giungere il genere umano.
Ciò che avviene in questo luogo è la rappresentazione in piccolo di ciò che ogni giorno accade o può accadere sul nostro pianeta e lo scrittore lo racconta con uno stile pesante, claustrofobico che attanaglia il lettore fino alla fine.
Come ogni libro di quest’autore, di cui ho già letto altri romanzi, anche quest’ultimo invita a riflessioni profonde su di noi in quanto esseri umani … se poi davvero di “umano” abbiamo qualcosa quando si tratta di “salvare la nostra pelle”.

domenica 30 ottobre 2016



In una notte gelida di dicembre, in un sobborgo londinese, Sarah sta dormendo, quando improvvisamente viene svegliata da dei rumori che provengono dalla cucina. Sicura che sia il marito di ritorno da un viaggio di lavoro, si alza per andare da lui; ma appena arrivata nella stanza, rimane paralizzata da ciò che vede: l’uomo che si sta preparando un panino, ha gli stessi abiti di suo marito, la sua valigia ed è arrivato con la sua auto ma non è suo marito, e, dettaglio che  rende la scena ancora più agghiacciante, quest’uomo ha il volto deturpato da orribili cicatrici. Poi, lo sconosciuto va via improvvisamente, nei giorni a venire non si fa vivo e finalmente sembra si sia volatilizzato nel nulla, ma è a questo punto che l’incubo di Sarah e di suo figlio di sei anni, Harvey, si fa davvero insostenibile. Nessuno crede all'esistenza di quest'uomo, nemmeno la polizia, e tutti sono convinti che Sarah sia vittima di un forte esaurimento nervoso causato dall’abbandono del marito che lei si rifiuta di accettare. La donna troverà solo un alleato in questa terribile vicenda, il suo amico di infanzia Mark Behrendt, uno psichiatra che l’aiuterà e le sarà vicino mentre l’individuo misterioso si divertirà a tormentarli anche da lontano.

Sa tutto del tuo passato.
Della tua vita. Della tua famiglia.
Ma tu non sai nulla di lui.

“Phobia” con queste frasi sibilline, invita il lettore, ancora prima di iniziare la sua lettura, ad intraprendere un viaggio nei meandri labirintici delle sue paure.
Wulf Dorn, è un abile scandagliatore dell’animo umano e dei suoi abissi e lo stile, scorrevole e fluido, che non ama soffermarsi con morbosità sulle scene o i pensieri più terrorizzanti, è quello più azzeccato per far scorrere brividi lungo la schiena, perché si sa, il "non detto", il "solo immaginato" è sempre ciò che fa più paura.

Un thriller psicologico che sin dalle prime righe trasporta il lettore in un vortice di inquietudine e di angoscia. Un libro che prende spunto dalle nostre paure inconsce che irrompono con violenza nella routine quotidiana e che non lascia tirare un sospiro di sollievo nemmeno nel finale. Un libro da metabolizzare lentamente soprattutto dopo averlo terminato.

sabato 22 ottobre 2016


Lina è una quindicenne lituana, figlia del rettore dell’Università, e la notte del 14 giugno 1941 vede cambiare la sua vita drammaticamente e per sempre.

Mi portarono via in camicia da notte.
Ripensandoci, i segnali c’erano tutti: foto di famiglia bruciati nel camino, la mamma che nel cuore della notte cuciva l’argenteria e i gioielli più belli nella fodera del suo cappotto e il papà che non  tornava dal lavoro. Il mio fratellino, Jonas, continuava a fare domande. Anch’io ne facevo, ma forse mi rifiutavo di riconoscere i segnali. Solo più tardi mi resi conto che la mamma e papà intendevano scappare con noi. Ma non scappammo.
Fummo portati via.

Gli agenti della polizia sovietica  irrompono con violenza in casa della ragazza: la sua famiglia è nella lista nera dei sovietici, e così, come lei scoprirà più tardi, tanti altri lituani.

Chiusi la porta del bagno e mi guardai allo specchio. Non avevo idea di quanto in fretta sarebbe cambiato il mio viso, sfiorendo. Se l’avessi saputo, avrei fissato più a lungo il mio riflesso, cercando di memorizzarlo. Era l’ultima volta, per più di dieci anni, in cui mi sarei guardata in uno specchio vero”.

 Lina, la mamma e il fratellino undicenne Jonas vengono portati via e dopo essere stati ammassati sulla banchina della stazione ferroviaria insieme a tanta altra gente in preda al panico, vengono caricati su vagoni fatiscenti per bestiame e intraprendono un viaggio che durerà settimane, settimane di fame, di sete, di pidocchi e malattie fino all’arrivo in Siberia, in campi di lavoro orribili dove il clima gelido e la mancanza di cure e di cibo mieteranno vittime a migliaia.
Lina, conoscerà il puro altruismo dell’essere umano ma anche il suo lato più abietto, dettato dalla paura della morte.  La ragazza, brava disegnatrice, documenterà tutto su qualsiasi pezzo di carta e con qualsiasi mezzo che avrà a portata di mano, per far giungere al padre, prigioniero in  un altro campo di lavoro, notizie della famiglia; questo sarà un modo anche per lei, per non soccombere, per non darla vinta ai suoi aguzzini che li trattano come prostitute e criminali.

Il successo significava sopravvivere. Il fallimento significava morire. Io volevo la vita. Volevo sopravvivere.

Tra le varie deportazioni, quella dei popoli baltici, è quella taciuta più a lungo, e per questo tra le  le più atroci: nel pieno della seconda guerra mondiale, intrappolata tra l’impero nazista e quello sovietico, la voce dei popoli baltici (anche estoni e lettoni subirono la stessa sorte) venne soffocata nella barbarie.
Ruta Sepetys, figlia di rifugiati lituani, prendendo spunto dai racconti di lituani sopravvissuti ha permesso finalmente che la loro sofferenza, costretta a rimanere sopita anche fino a molto tempo dopo la liberazione (pena la morte), venisse alla luce, restituendo loro la dignità che per 50 anni i sovietici gli avevano sottratto.
Con uno stile piano, ma non scevro da una profonda partecipazione emotiva, Ruta, al suo romanzo d’esordio, riesce a far sentire nel profondo, il dolore e la perdita di qualsiasi umanità che questi eroici popoli hanno dovuto subire.

Chiudo con le parole significative dell’autrice presenti nelle sue note:

Alcune guerre si vincono con i bombardamenti. Per le popolazioni del Baltico questa guerra è stata vinta credendoci.
Nel 1991, dopo cinquant’anni di brutale occupazione, i tre paesi baltici hanno riconquistato l’indipendenza, in maniera pacifica e con dignità. Hanno scelto la speranza e non l’odio e hanno dimostrato al mondo che anche alla fine della notte più buia c’è la luce. Per favore fate ricerche sull’argomento. Parlatene. Queste tre minuscole nazioni ci hanno insegnato che l’amore è l’esercito più potente. Che sia amore per un amico, amore per la patria, amore per Dio o anche amore per il nemico, in ogni caso l’amore ci rivela la natura davvero miracolosa dello spirito umano”.

Ora a voi il passaparola.

domenica 2 ottobre 2016




L’autore in questo saggio affronta un tema molto importante, di grande attualità, da una prospettiva però nuova e originale: come il cibo e la relazione simbiotica dell'uomo con esso abbia caratterizzato il corso della storia dell’umanità.
Si parte così dall’avvento dell’agricoltura che ha modificato radicalmente lo stile di vita degli uomini fino a quel momento semplici cacciatori-raccoglitori, per passare attraverso la nascita e la morte di un susseguirsi di imperi commerciali fino ad arrivare ad affrontare la storia contemporanea con le terribili carestie cinesi e russe causate dalla miope politica comunista e in ultimo ad accennare come superare i problemi ambientali assicurando cibo per un’umanità in continua crescita grazie alle ultime scoperte della biologia e della genetica.
Questo è un libro che ci apre gli occhi su un argomento fondamentale per tutti noi senza mai scadere nell’ovvio, anzi, la Storia non è mai stata narrata in una maniera così interessante permettendoci così di afferrare dinamiche che ad un occhio meno attento e più superficiale sembrerebbero slegate tra di loro.

domenica 21 agosto 2016



Mi sono avvicinata agli autori sudamericani sempre con un certo reverenziale rispetto e stupore; tanto per fare qualche nome, Gabriel Garcia Marquez e Isabel Allende non mancano mai di incantarmi con le loro storie, trasportandomi in quelle terre che hanno dentro di sé insieme il sapore amaro di vite dure condotte con dignità  e la dolcezza della magia, sempre presente, persino nel dolore.
Ecco che si aggiunge a questo Olimpo letterario, Rita Indiana, dominicana, in tutto e per tutto un’artista completa e poliedrica: scrittrice, blogger, attivista per i diritti LGBT e leader di Rita Indiana Y Los Misterios un gruppo di merengue alternativo.
I gatti non hanno nome” è un romanzo che ha nel suo Dna la musicalità (grazie anche all’ottima traduzione) e i sapori di Santo Domingo. La storia è narrata in prima persona, da un’adolescente, senza nome, che racconta un’estate vissuta mentre i suoi genitori sono in giro per l’Europa e lei lavora come assistente nella clinica veterinaria dello zio.
In un quadernetto annota i nomi con cui potrebbe chiamare un gatto randagio che si aggira nei dintorni della clinica, prendendo spunto da ciò che avviene fuori e dentro di sè.
I gatti non hanno nome, questo lo sanno tutti. Ai cani, invece, qualunque cosa va bene, si buttano lì una o due sillabe a caso e gli rimangono appiccicate con il velcro: Wally, Furia, Pelusa, ecc. Il problema è che senza un nome i gatti non rispondono, e perché mai dovremmo volere un animale che non viene quando lo si chiama? Ci si adatta: diciamo Aníbal, Aprile, Pelusa e i nomi rimbalzano come acqua sul pelo del gatto. Diciamo Merlín, Alba, Jesús e i gatti, come se non li riguardasse, vanno a leccarsi il culo in direzione opposta. Da buttarsi dalla finestra.
Potrebbe sembrare un romanzo banale ed è sicuramente “banalizzante” riassumerlo in poche parole, perché “I gatti non hanno nome” è anche la storia di personaggi indimenticabili che fanno da contorno alla storia, che poi tanto contorno non sono, e diventano un grande stimolo di riflessione per una ragazzina che con l’ingenuità di un’infanzia che  sta man mano per fare posto ad un’adolescenza piena di turbamenti, racconta d’impulso tutto ciò che prova.
Ecco quindi fare capolino: Zia Clelia, la moglie dello zio veterinario, architetto ed impresario edile, donna dal carattere autoritario a cui come dice la protagonista compaiono a volte, quando è arrabbiata, “delle scritte al neon che dicono ROMPERE I COGLIONI ALL’UMANITÀ";  lo zio Fin, il veterinario, marito succube e convertito al buddismo, dopo l’incontro con un monaco tibetano per mettere a tacere la tristezza che sente spesso dentro di sé; Radames, l’operaio haitiano che ha la voce “come uno sciroppo per la tosse”, la nonna della protagonista, ormai persa nel circolo vizioso dei suoi ricordi; Armenia, la donna delle pulizie della zia Clelia, che da bambina aveva il potere magico di far guarire dalla tubercolosi mettendo un cucchiaio bagnato di alcool nel corpo di un malato disteso ed estraendo il male “ in forma di vermi, pietre e ricci”; Derecho, che ha abbandonato la scuola da piccolo e si è appassionato all’arte della tappezzeria così tanto, da conoscerne  ormai ogni segreto e riuscire  ad individuare persino nelle persone il punto in cui, inevitabilmente,  “ si sarebbero scucite quando fosse arrivata la loro ora”; Uriel, il cugino spuntato dal nulla improvvisamente, figlio illegittimo dello zio Fin, che porta con sé un passato di dolore; infine Vita, l’amica del cuore, la ragazzina italiana piena di entusiasmo e dalla vita strampalata.
Un caleidoscopio di personaggi che arricchiscono con la loro presenza questo romanzo, ognuno con la propria magia, e che guidano senza rendersene conto, la protagonista senza nome verso una maggiore consapevolezza di se stessa e della propria identità sessuale in un periodo delicato come l’adolescenza.
Rita Indiana ha saputo raccontare questa storia con uno stile fluido e scorrevole, pregno della musicalità caraibica e di immagini metaforiche straordinarie, per niente artificiose, consegnando alla letteratura un personaggio, come la ragazzina senza nome che anche il lettore più distratto non potrà dimenticare.

lunedì 15 agosto 2016


“Stiracchia gli arti rattrappiti, si dà una scrollatina, srotola la coda e assume forma di gatto. Anzi, di gattone.
Grigio chiaro con zampe tigrate, tipo contrada del Palio di Siena, occhi verdi da mongolo, gorgiera di collana grigia e nera sotto a due ganasce da cartone animato.
Se avesse mantello e stivali potrebbe essere il gatto del marchese di Carabas, un tripudio di micio, anche se lievemente destabilizzato”.
Ecco Giuda, un imponente micio, fare il suo ingresso trionfante già dall’incipit di questo romanzo, in una mattina ordinaria che ordinaria non lo sarà affatto.
Il micione è stato chiesto  “in prestito” al suo padrone (che brutta parola per la protagonista) per mettere fine alle richieste di amore della gatta Micioara, in perenne calore.
Quello che la protagonista pensava si sarebbe risolto in pochi minuti, diventa però una vera odissea. I due gatti si rincorrono miagolando ferocemente per tutta la casa, rompendo l’impossibile e urinando dappertutto, in una lotta d’amore che sconcerta la padrona, la quale, nonostante il trambusto, deve anche recarsi al lavoro (si può ben capire con quale stato d’animo e concentrazione).
La giornata trascorre in questo modo tra tonnellate di croccantini, lamentele e minacce dei vicini, telefonate invadenti della madre, per niente amante degli animali, e consigli saccenti di sedicenti amici gattofili.
Il romanzo è un lungo monologo della protagonista, che descrive con un ritmo esagitato (e non può essere altrimenti) ciò che sta avvenendo in questa giornata particolare, con tratti a volte comici, che fanno sorridere e fanno perdonare alcuni concetti che ripete un po’ troppo spesso. La “padrona” di Micioara, prende spunto poi, dall’esuberanze amorose dei due mici, per riflettere con un po’ di malinconia, anche sulla propria vita, sulla propria solitudine, su quella sorta di maleficio che è calato sulle due “femmine” della casa, che chissà, Giuda, con la sua irruenza virile riuscirà a spezzare.
“Mi esortava Micioara a riappropriarmi di qualcosa che mi apparteneva, a tornare nel bosco dove io mi do pace, a non dimenticare la mia parte animale, della quale troppo spesso noi umani ci dimentichiamo, perché reimparare a vivere dagli animali è fondamentale se uno vuole salvarsi.
Hai freddo?Rintanati. Piove? Non uscire. Non hai fame? Non mangiare. Ti senti la febbre? Mettiti a dormire. Qualcosa ti fa male? Evitala”.

L’autrice in questo romanzo ha saputo con lodevole padronanza gestire una storia che sarebbe potuta cadere facilmente nel banale, riuscendo ad incastrare senza stonature elementi divertenti e introspettivi insieme. Una bella storia che lascia alla fine il lettore con un animo più leggero e sorridente senza però negargli il dolce retrogusto di una bella morale come lo possono fare solo le più belle favole.

sabato 9 luglio 2016


Ciao a tutti! Oggi vi suggerisco la lettura di un romanzo che fa riflettere sul concetto di appartenenza ad un’etnia e che stimola a porsi delle domande anche su di noi. “La bastarda d’Istanbul” di Elif Shafak.
Un storia tutta al femminile sullo sfondo di un’Istanbul rumorosa e piena dei profumi delle spezie mediorientali, un grande crocevia per gente di ogni provenienza, cultura e religione.
Una storia con un messaggio importante: le vite dei nostri "nemici" possono intrecciarsi alle nostre, cancellando così ogni motivo di separazione e di giudizio del "diverso".
Armanoush, vive negli Stati Uniti ed  è figlia di un’ americana e di un padre di origini armene separatisi anni addietro a causa dell’invadenza della famiglia ultratradizionalista di lui. La madre successivamente, quasi per ripicca sposa un turco e si trasferisce in Arizona. Armanoush esasperata dall’affetto oppressivo della madre e della famiglia del padre, decide di andare in Turchia, facendosi ospitare dalla famiglia del patrigno, per scoprire le sue origini armene.  Arrivata ad Istanbul, la colpisce la grande e colorata famiglia di donne che ritrova. Diventa subito amica legatissima alla cugina diciannovenne  Asya (la bastarda del titolo), insieme andranno alla ricerca del segreto che lega il passato delle loro famiglie.
Questo è un libro con un ritmo inizialmente lento, indispensabile per “far ambientare” il lettore,  ma che proseguendo nella lettura diventa coinvolgente e cattura sempre  più; ci si ritrova, così, magicamente, ad assaporare l'atmosfera delle fiabe delle "Mille e una notte" incastonate in un'ambientazione moderna.
Elif Shafak in questo romanzo affronta con coraggio un tema delicato e ancora molto scottante in Turchia: la questione armena. Non a caso, a seguito dello scalpore suscitato nella società turca nel 2006, alla pubblicazione del romanzo, la scrittrice è addirittura stata accusata di “attacco all'identità turca” in base all'art. 301 del Codice penale turco, l’inchiesta è stata per fortuna  alla fine archiviata dopo qualche mese.
L’autrice rappresenta il simbolo di una Turchia che ha l'audacia  di analizzare la propria coscienza  e  confessare le proprie contraddizioni.

Alla prossima!

domenica 3 luglio 2016



“Chi ha paura dell'Uomo Nero? Nessuno! E se arriva? Allora corriamo via!
Ellen Roth è una psichiatra che lavora alla Waldklinik. Il fidanzato e collega Chris, poco prima di partire per l’Australia, le affida il compito di occuparsi di una paziente giunta da poco in reparto, nella stanza 7, che ha subito traumi psicologici e fisici devastanti. Il giorno successivo alla partenza di Chris, Ellen si reca in ospedale pronta a conoscere la paziente.  L’impatto è scioccante anche per una dottoressa abituata a casi disperati: la stanza è completamente al buio, pregna di odori “umani” nauseabondi. La paziente è rintanata in un cantuccio, terrorizzata. La paura è così forte da diventare una presenza solida nella stanza. Ellen rimane raccapricciata da ciò che vede e il primo impulso sarebbe quello di fuggire, ma le condizioni in cui versa la paziente, piena di ecchimosi e con lo sguardo folle la impietosiscono e le impongono di rimanere. Non appena la donna comincia a parlare, la psichiatra rimane agghiacciata: la paziente si esprime con voce infantile e cantilenando una vecchia filastrocca le parla di un Uomo Nero che la sta cercando e che si metterà sulle tracce anche di Ellen se non farà attenzione, poi disperatamente, avvinghiandosi alla dottoressa, la supplica di aiutarla quando ciò accadrà.
Ellen rimane fortemente turbata da ciò che è successo e subito prende a cuore il caso ma il giorno dopo quando torna in ospedale, la paziente della stanza 7 sembra si sia volatilizzata e soprattutto medici e infermieri dichiarano di non averla mai vista e che la stanza è vuota da parecchio tempo.
Comincia così per la psichiatra un incubo. Con l’aiuto di un collega, Mark, cerca di scoprire cosa è successo ma troppi avvenimenti la faranno precipitare in un inferno in cui si troverà sempre più sola e la faranno dubitare di chiunque, persino di se stessa.
Questo è il secondo romanzo di Wulf Dorn che leggo (il primo è stato "Phobia") e posso dire che finora non sono rimasta delusa. Wulf Dorn è uno dei pochi scrittori capaci di scandagliare gli abissi della mente umana, trasportando con sé con la forza di uno tsunami anche il lettore, che si trova invischiato in atmosfere da brivido, cupe, a tu per tu con il proprio inconscio.
Unica pecca è lo stile: lineare e scorrevole sì, ma a volte eccessivamente semplice con espressioni banali, figure retoriche elementari che farebbero storcere la bocca anche al fan più accanito.
Nonostante il lessico sia povero però, la trama è solida e l’incastro di colpi di scena ad effetto sempre più coinvolgenti, a mò di matrioska, salvano il clima del romanzo che si mantiene teso fino al finale imprevedibile e scioccante.
Alla prossima!


sabato 2 luglio 2016



Ciao! Oggi voglio presentarvi un interessante saggio nell’ambito delle neuroscienze: “Splendori e miserie del cervello” di Semir Zeki. E’ un libro scorrevole e stimolante per imparare ad apprezzare questo "strumento" potente di cui siamo dotati, il nostro cervello, con tutti i suoi "splendori e miserie".
Un libro che dopo una breve introduzione sulla struttura del cervello e sulle strategie che esso usa per relazionarsi con la realtà esterna, fa un'acuta e attenta analisi di alcune tra le più importanti e famose opere artistiche alla luce delle nuove scoperte neurobiologiche e contemporaneamente trae interessanti spunti mediante osservazioni sul pensiero, gli scritti e le opere degli stessi artisti presi in esame per indurre a proseguire gli studi sul cervello verso una direzione innovativa ed efficace.
Un libro perfetto per sondare le meraviglie che si celano dentro di noi!
Alla prossima!

domenica 12 giugno 2016


Ciao a tutti! Oggi vi voglio parlare di un romanzo molto  particolare che mi ha lasciato un retrogusto dolce-amaro: “Continuum Il soffio del male” di Gianfranco Nerozzi.
La storia inizia con un prologo che anticipa le atmosfere di inquietante raccapriccio che percorreranno tutto il romanzo:
“Ricordo, come se fosse adesso: il baluginare rabbioso della neve e l’urlo del vento, mentre la sera diventava sempre più scura. Quel sabato 24 dicembre, la fottuta vigilia del Natale del ’94. Eravamo giunti, come spettri nella bufera”.
In questo clima sospeso, prosegue il racconto con la presentazione in prima persona del commissario Francesco Negronero a cui verrà affidata la creazione di una squadra speciale che dovrà debellare dal Nord Italia la mafia.
La scelta del commissario per formare il suo team ricade su individui che si sono resi colpevoli di gravi azioni durante il loro servizio nelle forze dell’ordine, disperati che necessitano di riscatto, “cavalieri con la macchia”.
Dopo il ritrovamento nella cripta di una chiesa sconsacrata dei cadaveri di cinque uomini trovati crocifissi e divorati orribilmente da vespe carnivore cresciute come larve all’interno dei loro corpi, Negronero e la sua squadra si buttano subito a capofitto nella risoluzione del caso. Le indagini li porteranno verso una strage simile avvenuta trent’anni prima in Sicilia e ancora più lontano in Messico dove un bambino assiste impotente all’orribile mutilazione della madre. Ma ora quel bambino è cresciuto...
Il caso condurrà il commissario e la sua squadra all’interno di una matassa che li invischierà sempre più e investirà la loro vita personale.
Il personaggio che avvince subito dalla prime pagine è sicuramente il protagonista, il commissario Negronero, che lo scrittore fa parlare in prima persona in molti capitoli. E’  una figura complessa che l‘autore è riuscito con maestria a caratterizzare: carismatico, votato alla lotta contro il male, padre affettuoso ma anche una figura con lati oscuri, marito assente e infedele. Ossessionato dal tempo che scorre porta con sé un orologio ad ogni polso, uno giusto e l’altro in avanti di mezz’ora come in una sorta di ying e yang temporale. Ossessionato dal suo nemico, il pericoloso artefice degli orribili assassinii, si trova legato a lui da un’inquietante complementarità: come il suo avversario non è più capace di provare alcun sentimento, così lui, in seguito ad una strana formazione nel cervello viene colpito da una sorta di analgesia idiopatica che gli farà smettere di percepire qualsiasi dolore fisico. Avvinto dall’incertezza, conscio che la sua vita stia per volgere presto al termine si troverà a combattere da solo una lotta verso non solo un individuo ma addirittura verso il Male Assoluto che si può annidare ovunque.
Un libro che mi ha rapito sin dalle prime pagine per lasciarmi spiazzata e disorientata ad un quarto dalla fine: un cambio repentino di registro e di atmosfere che non sono riuscita a digerire facilmente, da poliziesco con atmosfere dark a romanzo introspettivo che volge al paranormale negli ultimi capitoli; per questo motivo ho deciso di lasciare sedimentare per qualche giorno dentro di me le sensazioni che mi ha suscitato.
Ebbene, dopo averci riflettuto su sono arrivata alla conclusione che la mia delusione derivava da un’ errata prospettiva: il romanzo non vuole essere semplicemente il racconto di cinque individui che combattono il crimine organizzato ma la metafora della vita di un uomo che si illude inizialmente di poter vincere ed eliminare “i cattivi” e che invece in una spirale di dolorosa consapevolezza che lo avvilupperà fatalmente, scopre che il Male, veramente pericoloso, è quello che non si vede, che si materializza subdolamente dentro di noi e che spesso è così potente da poter acquistare “vita propria” e cercare di distruggere ciò che abbiamo di più caro.
“Passiamo la nostra vita a creare significati e a trovarli, quasi per forza. La ricerca della felicità spesso passa attraverso una smodata assunzione di alibi. Alias di quello che siamo, conditi con quello che vorremmo diventare. Poi c’è la paura, certo. E quella fa sempre la differenza e ci influenza nel profondo. Così alla fine creiamo fantasmi su cui far convergere le nostre colpe. Francesco pensa e ripensa alle teorie del Continuum: il male come un virus, un soffio malato che si propaga nel tempo e nello spazio.”
Alla prossima!


domenica 29 maggio 2016



Ciao a tutti! Eccomi di nuovo qui dopo  praticamente un mese! Troppi impegni mi hanno costretto a tralasciare il mio blog che amo tanto!Oggi voglio parlarvi di un romanzo di uno  scrittore pugliese che apprezzo molto: “Il silenzio dell’onda” di Gianluca Carofiglio.  Amo quest'autore perchè come pochi altri riesce a tenere legato a sè il lettore anche quando la trama non è movimentata: qui i veri stravolgimenti avvengono nel mondo interiore dei personaggi e Carofiglio riesce con una delicatezza straordinaria a sondare l'animo umano non andando mai sopra le righe. In questo romanzo viene narrata la storia di un uomo, Roberto, che ad un certo momento della sua vita ha avuto un crollo psicologico e tramite le sedute tenute da uno psichiatra veniamo a conoscere la sua storia di agente sotto copertura e il dramma legato alla doppia vita che era costretto a condurre per lavoro che ha causato il collasso della sua esistenza. In maniera parallela, alternandosi con i capitoli dedicati al protagonista, viene narrata la solitudine di un bambino, Giacomo, che affida ad un diario le sue confidenze e suoi incubi ricorrenti. I due personaggi incroceranno le loro esistenze grazie a Emma, mamma di Giacomo e amica di Roberto, anche lei paziente dello stesso psichiatra, per uscirne rinati e temprati perchè "Un conto è aspettare l'onda, un conto è alzarsi sulla tavola quando arriva."
Alla prossima!

domenica 1 maggio 2016



Ciao a tutti! Oggi vi parlo di nuovo di una scrittrice che tanto amo: Isabel Allende con  “Il gioco di Ripper”.
Il romanzo è incentrato sulla figura di due donne: Indiana, medico olistico che ama la vita e conduce una vita da bohemienne e sua figlia Amanda, diffidente ed estremamente razionale. Amanda è un’appassionata del gioco di Ripper, un gioco online in cui deve cimentarsi nella soluzione di casi misteriosi, talento che ha ereditato dal padre, capo ispettore della sezione omicidi della polizia di San Francisco.
Indiana, separata da anni dal padre di Amanda, è corteggiata da due uomini completamente diversi tra cui non riesce a decidersi: Alan, ricco erede di una delle famiglie dell'élite di San Francisco e Ryan, enigmatico e affascinante ex navy seal dell'esercito americano, ferito durante una delle sue ultime missioni.
Nella città cominciano a susseguirsi una serie di omicidi ed Amanda si getta a capofitto nel cercare una loro soluzione. La situazione precipita quando sparisce Indiana e bisogna al più presto cercare di sbrogliare la matassa e capire se c’è una connessione tra gli omicidi e la sparizione della madre.
Devo confessare che ho intrapreso la lettura di questo romanzo con aria molto perplessa e prevenuta: Isabel Allende per me è la scrittrice che dà voce all'Amore e l'idea che si fosse buttata in un nuovo genere, l'avevo inteso come un tradimento.
Quando stavo quasi per abbandonare il libro a causa delle prime duecento pagine abbastanza dispersive (troppi rimandi al passato dei personaggi di cui non riuscivo a capire il loro inserimento e come si incastrassero con gli assassinii che si susseguivano), una magia improvvisamente è avvenuta: tutti i pezzi del puzzle si sono ricomposti e ho visto emergere la Allende che tanto amo, con le tenui e appassionate atmosfere, con la cura delicata dei sentimenti senza essere melensa...anche in un romanzo giallo.
Buon 1° maggio a tutti anche se sotto il diluvio!

domenica 24 aprile 2016

Libri liberi

Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di una libreria speciale...
 A Bologna esiste una libreria che è il sogno di ogni lettore: i libri non si comprano ma si prendono in dono.
“Libri liberi”, questo è il suo nome, è in via Petronio Vecchio 57 e rappresenta una bella esperienza che permette di incentivare la lettura e di creare una comunità di lettore vivace e attiva.La Fondatrice è la signora Anna Hilbe, che ha avuto questa idea geniale dopo aver letto un articolo che parlava di due librerie (una a Baltimora e l'altra a Madrid) dove i libri erano gratis. 
Nel 2013 fece diventare finalmente realtà la sua idea.
Inizialmente “Libri liberi” contava solo sui libri della proprietaria e del marito ma poi pian piano grazie ai social network e ad un efficace passaparola cominciò a riempirsi di donazioni esterne ed ora rappresenta un punto di riferimento non solo per gli abitanti del quartiere ma per chiunque sia appassionato di lettura senza distinzione di età.

Il meccanismo  su cui si basa la libreria è molto semplice: chiunque desideri un libro può prenderlo purchè non ne porti via più di tre alla volta, per regolamentare l’uscita. Inoltre chiunque può contribuire nel fornire donazioni alla libreria perché magari ha bisogno di svuotare casa, deve traslocare oppure semplicemente avendo già letto alcuni libri vuole fare in modo che ne godano anche altri. La libreria ha all’incirca 2000 volumi dei generi più disparati: saggistica, dizionari, romanzi, libri per bambini, libri di storia, religione, cinema, sociologia, politica; c’è addirittura una sezione in lingue straniere.Tutti i volumi sono divisi per tipologia e su ognuno di loro è presente un timbro con la scritta ‘Libri liberi – Questo libro non si compra e non si vende’.

Sul tavolo, davanti all’entrata, inoltre, c’è un quaderno colorato in cui sono raccolti i nomi e i numeri di telefono di chi cerca qualche libro in particolare, in modo che nel caso dovesse esserne un giorno fornita la libreria, la persona verrebbe subito contattata.
Un’iniziativa del genere in un Paese come l’Italia, povero di lettori, mi auguro che serva ad avvicinare al mondo dei libri sempre più persone, soprattutto i più diffidenti e che abbia un tale successo da stimolare anche altri “fondatori”!

Alla prossima!

domenica 17 aprile 2016


Ciao a tutti! Oggi eccomi qui con un bel romanzo di uno scrittore emergente: “Il tempio” di Giancarlo Buratti.
Francesco fugge un giorno dalla sua Sicilia; qui sa di lasciare solo frammenti di dolore, rabbia verso un suocero autoritario e sensi di colpa per un rapporto matrimoniale deteriorato che a causa dell’improvvisa morte della moglie non potrà mai più recuperare. Dopo tanti anni torna a Milano dove si è laureato, accolto per i primi mesi in casa da un suo amico di università, Massimo, grazie al quale troverà un nuovo lavoro come direttore sanitario in una struttura psichiatrica permettendogli di rispolverare la laurea in psicologia che per compiacere il suocero e la moglie aveva accantonato passivamente per anni a favore di un deprimente lavoro come agente immobiliare. Sembra così che il destino gli abbia concesso una seconda chance, ma le speranze si infrangono subito contro la presa di coscienza sempre più deprimente che il suo ruolo è solo fittizio e la clinica è solo un centro degli orrori e dei raggiri.
Grazie però al desiderio di conoscere più a fondo una figura enigmatica che si aggira nella casa di cura, Mario,un paziente storico della struttura, unito al sostegno morale dei suoi amici, al pressante senso di riscatto e di giustizia che lo pervadono e soprattutto all’amore paziente di Marèm, una dolce e sensuale somala conosciuta sul treno per Milano, inizierà un lungo e doloroso percorso di rinascita .
Un romanzo dal ritmo serrato con una trama abbastanza complessa che però l’autore ha saputo gestire con padronanza. La bellezza di quest'opera consiste in larga parte nel non riuscire ad etichettarlo all'interno di in un genere specifico perché con sapienza e armonia sono intrecciate la suspence di un thriller e l’interiorizzazione del romanzo psicologico-intimistico: si rimane sospesi tra i due "mondi" e da entrambi l'autore riesce a trarre il meglio.

Alla prossima!

giovedì 7 aprile 2016


Ciao a tutti! Oggi vi voglio parlare di un libro che narra una storia ambientata secoli fa, ma che potrebbe essere benissimo trasportata ai giorni nostri, perché purtroppo la violenza e il razzismo sono epidemie che non siamo ancora riusciti a debellare: “La mano di Fatima” di Ildefonso Falcones.
L’autore con una cura dei dettagli storici meticolosa, incastona la storia di Hernando Ruiz alias Ibn Hamid, in un periodo storico della Spagna molto drammatico: la strenua lotta dei moreschi contro i cristiani per far valere i loro diritti e la loro definitiva disfatta con la conseguente tragica espulsione. Con un groppo in gola si leggono le atrocità commesse da entrambe le fazioni soprattutto sui bambini: molti stuprati, sgozzati o schiavizzati per un semplice sentimento di vendetta. Ebbene Hernando, egli stesso nato da uno stupro subito dalla madre quando aveva solo quattordici anni da parte di un prete, non si lascia trasportare dalla sete di vendetta che ha accecato tutti e la sua vita molto tormentata anche a causa delle discriminazioni subite sia da parte dei cristiani che dei musulmani diventa la testimonianza più significativa che le lotte di religione non hanno alcun senso se non quello di aggiungere altro dolore in un circolo vizioso senza fine. Ildefonso ha caratterizzato il protagonista con una forza interiore così intensa da investire in pieno il lettore e legarlo alle sue vicissitudini, alle sue gioie e alla sua ossessione di ricercare ciò che unisce le due religioni per porre la parola "fine" alla storia di odio e sangue tra le due fazioni.

Alla prossima!

sabato 2 aprile 2016


Ciao a tutti! Oggi per la prima volta vi parlo di un libro che con mio grande dispiacere non mi è piaciuto, sebbene sia stato scritto da una scrittrice che adoro: “La meraviglia degli anni imperfetti” di Clara Sanchez. Non sono riuscita purtroppo a capire questo romanzo già a cominciare dal titolo: a posteriori, non riesco proprio a trovare nessuna "meraviglia" nel racconto del protagonista.
Ma partiamo dal principio. Clara Sanchez ci narra la storia in prima persona di un ragazzo di un quartiere residenziale madrileno, Fran, che ha come migliore amico sin dall'infanzia, Eduardo, che appartiene ad una famiglia molto abbiente e abita nel suo stesso quartiere. Il protagonista è figlio unico di due genitori molto egoisti: il padre è sempre assente per lavoro (ad un certo punto della storia decide di abbandonare definitivamente la famiglia) mentre la madre, dopo i primi tredici anni di vita di Fran, si disinteressa completamente di lui per dedicarsi inizialmente al suo personal trainer con cui intreccia una relazione e successivamente, quando la storia finisce, diventa cocainomane per noia. Fran è innamorato sin dall'elementari della sorella di Eduardo, Tania, ma quando quest'ultima annuncia il suo matrimonio con un ricco possidente messicano, di vent'anni più grande di lei, si rassegna abbastanza presto e comincia a dimenticarla. La vita di Fran procede in maniera modesta: dopo aver terminato le superiori abbandona gli studi e si dedica a lavori precari mentre l'amico Eduardo, entrato in affari con il cognato, diventa milionario. I due ragazzi quindi cominciano a vedersi sempre più raramente e l'ultima volta che si incontrano, Eduardo gli consegna una chiave da custodire promettendogli tremila euro; dopodichè sparisce nel nulla. Fran  su richiesta della famiglia di Eduardo inizialmente cerca di capire che fine abbia fatto l'amico e soprattutto che cosa rappresenti la chiave che conserva. La trama comincia a prendere quindi una piega più misteriosa .. almeno dovrebbe. Sono un'amante dei libri della Sanchez, ma molto probabilmente con quest'ultimo romanzo non sono riuscita ad entrare in sintonia con la scrittrice; incredula anche della delusione che ho provato al termine del romanzo, ho guardato diverse interviste dell'autrice sulla sua ultima uscita, letto più volte le recensioni entusiastiche pubblicate in rete ma niente da fare, il pensiero alla fine è sempre stato lo stesso " tante belle parole che non riesco assolutamente a fare mie". Peccato, perchè lo stile è molto piacevole, ci sono anche spunti di riflessione sulla vita abbastanza interessanti ma il romanzo trabocca eccessivamente di divagazioni nella trama, e personaggi fini a se stessi. E' anche la prima volta che con questa scrittrice, a cinquanta pagine dalla fine, mi sia successo di non aver afferrato ancora il senso della storia. Spero che con il prossimo libro si rifaccia.

Alla prossima!

giovedì 31 marzo 2016


Ciao a tutti! Oggi vi presento uno dei libri cult della letteratura mondiale di un autore che amo molto: “Norwegian Wood” di Haruki Murakami.
Il protagonista di questo romanzo è Toru Watanabe, un trentasettenne giapponese ed è anche la voce narrante. Nelle prime pagine, lo troviamo in viaggio in aereo verso la Germania . In fase di atterraggio sente diffondersi dagli altoparlanti le note di Norwegian Wood dei Beatles ”in un’annacquata versione orchestrale. E come sempre mi bastò riconoscerne la melodia per sentirmi turbato. Anzi, questa volta ne fui agitato e sconvolto come non mi era mai accaduto” .

Inizia così un viaggio nei ricordi, trasportandoci indietro di vent’anni, nel 1969 con un Toru appena diciottenne.
Toru Watanabe è un ragazzo introverso, estremamente sensibile, privo di qualsiasi ambizione e passione che trascina la sua vita alla giornata. Il suo migliore amico è Kizuki, un ragazzo all’apparenza allegro e scherzoso; grazie a lui conosce la sua fidanzata, Naoko, riservata e silenziosa con cui non è capace di scambiare nemmeno una parola. L’equilibrio di un’apparente vita sociale viene interrotto dall’improvviso suicidio di Kizuki e nei ”dieci mesi dalla morte di Kizuki alla licenza liceale, non sapevo più qual era il mio posto rispetto al mondo che mi circondava.". Si fa trascinare dalla vita senza alcuna ambizione e passione e finisce per farsi iscrivere dai suoi in un collegio che lo lascia indifferente; perde anche qualsiasi contatto con Naoko e si abbandona ad elucubrazioni sulla vita e la morte:
” La morte[…] sentivo che noi vivevamo inspirandola nei polmoni come una finissima polvere. Fino ad allora avevo considerato la morte come una realtà indipendente, completamente separata dalla vita. Come a dire”Un giorno prima o poi la morte allungherà le sue mani su di noi. Ne consegue che fino a quando ciò non avverrà essa non potrà toccarci in nessun modo”. Questo mi sembrava un ragionamento assolutamente onesto e logico. La vita di qua, la morte di là.[…]Ma a partire dalla notte in cui morì Kizuki, non riuscii più a vedere in modo così semplice la morte (e la vita). La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare. Perché la morte che in quella sera di maggio, quando avevo diciassette anni aveva afferrato Kizuki, in quello stesso momento aveva afferrato anche me”.
La sua vita nel collegio procede metodicamente quando improvvisamente ritrova Naoko per caso nella metropolitana e iniziano a frequentarsi. E’ però un rapporto sofferto a causa delle paure che attanagliano Naoko che lui non è capace di capire fino in fondo e che la condurranno a rinchiudersi in un istituto di cura per persone depresse. La loro frequentazione diventa prettamente epistolare, a parte due volte in cui Toru andrà a trovarla e passerà dei giorni relativamente sereni con lei.
Nella vita di Toru, all’improvviso irromperà una ragazza dalla personalità singolare ed esplosiva, Midori, da cui si sentirà fortemente attratto, nonostante l'intenso sentimento che prova per Naoko.
La confusione dei suoi sentimenti e l’incapacità di prendere qualsiasi decisione, lo renderanno semplice osservatore della sua vita. Ma ancora una volta sarà la vita (o la morte) a prendere una decisione per lui.
Norwegian Wood è un libro in cui ritengo che Murakami , nonostante l’assenza delle tipiche atmosfere surreali e oniriche, sia stato in grado di creare con uno stile intimo e soave, che si sofferma delicatamente anche su piccoli dettagli, (come un fermaglio per capelli a forma di farfalla) delle situazioni che riportano ad immagini impalpabili e simboliche. Le descrizioni di scene sessuali abbastanza esplicite sebbene all’inizio mi abbiano infastidito perché sembrano cozzare con la levità dello stile, successivamente le ho trovate azzeccate perché hanno reso con maggior forza la confusione del protagonista diviso tra la forza di questi momenti di passione e la pigrizia esistenziale che lo ha carpito con i suoi artigli.
Murakami ha saputo descrivere bene la sofferenza e i tormenti di un animo adolescenziale lacerato dal desiderio di entrare a far parte del mondo degli adulti e affermare il proprio io, incapace però di staccarsi dalla spirale della routine che appiattisce ogni individualità.
 Alla prossima!

martedì 29 marzo 2016



Ciao a tutti! Terminate le feste pasquali eccomi qui davanti al pc  a parlarvi di un altro libro. Oggi vi suggerisco il libro di un autore che è capace di far viaggiare il lettore verso un mondo magico e fiabesco: Mauro Corona con “La voce degli uomini freddi”.
"Era un paese di neve. Nevicava anche d’estate. E nelle altre stagioni nevicava lo stesso. Nevicava sempre.[...]Lassu' vivevano donne e uomini soffiati nella neve, statue di ghiaccio che nessun fuoco avrebbe mai potuto sciogliere. Nemmeno quello dell'amore. [...]Così era la faccenda lassu', sui monti degli invisibili." Ecco alcuni stralci dell'incipit di questa malinconica e dolce fiaba romanzata. Corona ci trasporta teneramente e con nostalgia in un luogo e tempo ormai perduti, in cui esisteva un villaggio che viveva pacificamente ai ritmi della natura, anche quelli tragici, senza mai lamentarsi e amando qualsiasi evento la vita gli donasse, persino la morte. Un piccolo popolo tra i monti, così in alto e così nascosto, che nemmeno le guerre tra gli uomini delle "città fumanti" potevano turbarli. Ma non c'è luogo dove la cattiveria e l'avidità umana riescano ad arrestarsi, perciò rimane ormai solo il "cantastorie" Mauro Corona a incantarci con la storia di questi tenaci e semplici abitanti di un villaggio perso tra i monti, vissuti per dieci secoli indisturbati, rendendoli vividi nella nostra immaginazione e facendoci amare personaggi indimenticabili come i due amanti appassionati e litigiosi i cui scheletri facevano da guardiani alla grotta dei cristalli oppure l'uomo a "tre facce" e la sua amata "dagli occhi parlanti" e altri ancora che con tenerezza ricorderemo anche dopo aver terminato la storia.

Alla prossima!

venerdì 25 marzo 2016


Ciao a tutti! Oggi vi presento un libro delicato e misurato che a me ha colpito proprio per la scelta dello stile narrativo: ”L’ultimo inverno” di Paul Harding.
“Ottantaquattro ore prima di morire George pensò: E’ perché sono come tessere di un mosaico, e hanno lo spazio sufficiente per potersi muovere tutte, anche se solo poco per volta e in un unico luogo, al punto che in realtà sembra quasi che a muoversi sia lo spazio tra l’una e l’altra, ed è proprio quello spazio vuoto che manca, gli ultimi pezzi di vetro colorato e, quando quei pezzi saranno al loro posto, formeranno l’immagine finale, l’ultima combinazione. Ma quei pezzi, lisci, lucidi, laccati, sono le tessere scure della mia morte, grigie e nere, aride e sbiancate, e fino a quando non saranno al loro posto, tutto il resto continuerà a mutare.”
Questo romanzo è il racconto di come George, ormai vecchio e prossimo alla morte, attorniato amorevolmente dalla moglie, i figli e i nipoti, cerchi di mettere a posto tutte le tessere del mosaico che hanno composto la sua vita. Inizia così, un viaggio interiore nella memoria, alla ricerca di un padre la cui immagine è legata ad un carretto pieno di mercanzie che vagava tra i boschi del Maine, ma anche ad una malattia misteriosa e imprevedibile , l’epilessia, che si mostrò nel pieno della sua violenza davanti ad un George dodicenne durante il Natale del 1926.
George riscopre un padre che abbandonò la moglie e i quattro figli piccoli quando si rese conto che la moglie l’avrebbe fatto internare in un manicomio, e si presentò un giorno, improvvisamente davanti alla sua porta quando ormai era un uomo adulto e sposato.
Scorrono davanti agli occhi del lettore, snocciolandosi e mescolandosi, ricordi di George e del padre Howard come se fossero un’unica interminabile allucinazione.
Lo stile usato è quasi mistico, delicato, ma non meno intensamente si avverte la forza straordinaria che emana: è commovente leggere come gli ultimi giorni di vita vengano trascorsi da un figlio a ricongiungersi almeno nella memoria ad un padre.
Quando venne il tempo di morire, lo capimmo e andammo in luoghi riparati, dove ci stendemmo e le nostre ossa si fecero d'ottone. Ci raccolsero e ci usarono per riparare orologi o carillon;[...]E così, finalmente, ci unimmo a un meccanismo più grande.