domenica 2 ottobre 2016




L’autore in questo saggio affronta un tema molto importante, di grande attualità, da una prospettiva però nuova e originale: come il cibo e la relazione simbiotica dell'uomo con esso abbia caratterizzato il corso della storia dell’umanità.
Si parte così dall’avvento dell’agricoltura che ha modificato radicalmente lo stile di vita degli uomini fino a quel momento semplici cacciatori-raccoglitori, per passare attraverso la nascita e la morte di un susseguirsi di imperi commerciali fino ad arrivare ad affrontare la storia contemporanea con le terribili carestie cinesi e russe causate dalla miope politica comunista e in ultimo ad accennare come superare i problemi ambientali assicurando cibo per un’umanità in continua crescita grazie alle ultime scoperte della biologia e della genetica.
Questo è un libro che ci apre gli occhi su un argomento fondamentale per tutti noi senza mai scadere nell’ovvio, anzi, la Storia non è mai stata narrata in una maniera così interessante permettendoci così di afferrare dinamiche che ad un occhio meno attento e più superficiale sembrerebbero slegate tra di loro.

domenica 21 agosto 2016



Mi sono avvicinata agli autori sudamericani sempre con un certo reverenziale rispetto e stupore; tanto per fare qualche nome, Gabriel Garcia Marquez e Isabel Allende non mancano mai di incantarmi con le loro storie, trasportandomi in quelle terre che hanno dentro di sé insieme il sapore amaro di vite dure condotte con dignità  e la dolcezza della magia, sempre presente, persino nel dolore.
Ecco che si aggiunge a questo Olimpo letterario, Rita Indiana, dominicana, in tutto e per tutto un’artista completa e poliedrica: scrittrice, blogger, attivista per i diritti LGBT e leader di Rita Indiana Y Los Misterios un gruppo di merengue alternativo.
“I gatti non hanno nome” è un romanzo che ha nel suo Dna la musicalità (grazie anche all’ottima traduzione) e i sapori di Santo Domingo. La storia è narrata in prima persona, da un’adolescente, senza nome, che racconta un’estate vissuta mentre i suoi genitori sono in giro per l’Europa e lei lavora come assistente nella clinica veterinaria dello zio.
In un quadernetto annota i nomi con cui potrebbe chiamare un gatto randagio che si aggira nei dintorni della clinica, prendendo spunto da ciò che avviene fuori e dentro di sè.
“I gatti non hanno nome, questo lo sanno tutti. Ai cani, invece, qualunque cosa va bene, si buttano lì una o due sillabe a caso e gli rimangono appiccicate con il velcro: Wally, Furia, Pelusa, ecc. Il problema è che senza un nome i gatti non rispondono, e perché mai dovremmo volere un animale che non viene quando lo si chiama? Ci si adatta: diciamo Aníbal, Aprile, Pelusa e i nomi rimbalzano come acqua sul pelo del gatto. Diciamo Merlín, Alba, Jesús e i gatti, come se non li riguardasse, vanno a leccarsi il culo in direzione opposta. Da buttarsi dalla finestra.”
Potrebbe sembrare un romanzo banale ed è sicuramente “banalizzante” riassumerlo in poche parole, perché “I gatti non hanno nome” è anche la storia di personaggi indimenticabili che fanno da contorno alla storia, che poi tanto contorno non sono, e diventano un grande stimolo di riflessione per una ragazzina che con l’ingenuità di un’infanzia che  sta man mano per fare posto ad un’adolescenza piena di turbamenti, racconta d’impulso tutto ciò che prova.
Ecco quindi fare capolino: Zia Clelia, la moglie dello zio veterinario, architetto ed impresario edile, donna dal carattere autoritario a cui come dice la protagonista compaiono a volte, quando è arrabbiata, “delle scritte al neon che dicono ROMPERE I COGLIONI ALL’UMANITÀ";  lo zio Fin, il veterinario, marito succube e convertito al buddismo, dopo l’incontro con un monaco tibetano per mettere a tacere la tristezza che sente spesso dentro di sé; Radames, l’operaio haitiano che ha la voce “come uno sciroppo per la tosse”, la nonna della protagonista, ormai persa nel circolo vizioso dei suoi ricordi; Armenia, la donna delle pulizie della zia Clelia, che da bambina aveva il potere magico di far guarire dalla tubercolosi mettendo un cucchiaio bagnato di alcool nel corpo di un malato disteso ed estraendo il male “ in forma di vermi, pietre e ricci”; Derecho, che ha abbandonato la scuola da piccolo e si è appassionato all’arte della tappezzeria così tanto, da conoscerne  ormai ogni segreto e riuscire  ad individuare persino nelle persone il punto in cui, inevitabilmente,  “ si sarebbero scucite quando fosse arrivata la loro ora”; Uriel, il cugino spuntato dal nulla improvvisamente, figlio illegittimo dello zio Fin, che porta con sé un passato di dolore; infine Vita, l’amica del cuore, la ragazzina italiana piena di entusiasmo e dalla vita strampalata.
Un caleidoscopio di personaggi che arricchiscono con la loro presenza questo romanzo, ognuno con la propria magia, e che guidano senza rendersene conto, la protagonista senza nome verso una maggiore consapevolezza di se stessa e della propria identità sessuale in un periodo delicato come l’adolescenza.
Rita Indiana ha saputo raccontare questa storia con uno stile fluido e scorrevole, pregno della musicalità caraibica e di immagini metaforiche straordinarie, per niente artificiose, consegnando alla letteratura un personaggio, come la ragazzina senza nome che anche il lettore più distratto non potrà dimenticare.

lunedì 15 agosto 2016


“Stiracchia gli arti rattrappiti, si dà una scrollatina, srotola la coda e assume forma di gatto. Anzi, di gattone.
Grigio chiaro con zampe tigrate, tipo contrada del Palio di Siena, occhi verdi da mongolo, gorgiera di collana grigia e nera sotto a due ganasce da cartone animato.
Se avesse mantello e stivali potrebbe essere il gatto del marchese di Carabas, un tripudio di micio, anche se lievemente destabilizzato”.
Ecco Giuda, un imponente micio, fare il suo ingresso trionfante già dall’incipit di questo romanzo, in una mattina ordinaria che ordinaria non lo sarà affatto.
Il micione è stato chiesto  “in prestito” al suo padrone (che brutta parola per la protagonista) per mettere fine alle richieste di amore della gatta Micioara, in perenne calore.
Quello che la protagonista pensava si sarebbe risolto in pochi minuti, diventa però una vera odissea. I due gatti si rincorrono miagolando ferocemente per tutta la casa, rompendo l’impossibile e urinando dappertutto, in una lotta d’amore che sconcerta la padrona, la quale, nonostante il trambusto, deve anche recarsi al lavoro (si può ben capire con quale stato d’animo e concentrazione).
La giornata trascorre in questo modo tra tonnellate di croccantini, lamentele e minacce dei vicini, telefonate invadenti della madre, per niente amante degli animali, e consigli saccenti di sedicenti amici gattofili.
Il romanzo è un lungo monologo della protagonista, che descrive con un ritmo esagitato (e non può essere altrimenti) ciò che sta avvenendo in questa giornata particolare, con tratti a volte comici, che fanno sorridere e fanno perdonare alcuni concetti che ripete un po’ troppo spesso. La “padrona” di Micioara, prende spunto poi, dall’esuberanze amorose dei due mici, per riflettere con un po’ di malinconia, anche sulla propria vita, sulla propria solitudine, su quella sorta di maleficio che è calato sulle due “femmine” della casa, che chissà, Giuda, con la sua irruenza virile riuscirà a spezzare.
“Mi esortava Micioara a riappropriarmi di qualcosa che mi apparteneva, a tornare nel bosco dove io mi do pace, a non dimenticare la mia parte animale, della quale troppo spesso noi umani ci dimentichiamo, perché reimparare a vivere dagli animali è fondamentale se uno vuole salvarsi.
Hai freddo?Rintanati. Piove? Non uscire. Non hai fame? Non mangiare. Ti senti la febbre? Mettiti a dormire. Qualcosa ti fa male? Evitala”.

L’autrice in questo romanzo ha saputo con lodevole padronanza gestire una storia che sarebbe potuta cadere facilmente nel banale, riuscendo ad incastrare senza stonature elementi divertenti e introspettivi insieme. Una bella storia che lascia alla fine il lettore con un animo più leggero e sorridente senza però negargli il dolce retrogusto di una bella morale come lo possono fare solo le più belle favole.

sabato 9 luglio 2016


Ciao a tutti! Oggi vi suggerisco la lettura di un romanzo che fa riflettere sul concetto di appartenenza ad un’etnia e che stimola a porsi delle domande anche su di noi. “La bastarda d’Istanbul” di Elif Shafak.
Un storia tutta al femminile sullo sfondo di un’Istanbul rumorosa e piena dei profumi delle spezie mediorientali, un grande crocevia per gente di ogni provenienza, cultura e religione.
Una storia con un messaggio importante: le vite dei nostri "nemici" possono intrecciarsi alle nostre, cancellando così ogni motivo di separazione e di giudizio del "diverso".
Armanoush, vive negli Stati Uniti ed  è figlia di un’ americana e di un padre di origini armene separatisi anni addietro a causa dell’invadenza della famiglia ultratradizionalista di lui. La madre successivamente, quasi per ripicca sposa un turco e si trasferisce in Arizona. Armanoush esasperata dall’affetto oppressivo della madre e della famiglia del padre, decide di andare in Turchia, facendosi ospitare dalla famiglia del patrigno, per scoprire le sue origini armene.  Arrivata ad Istanbul, la colpisce la grande e colorata famiglia di donne che ritrova. Diventa subito amica legatissima alla cugina diciannovenne  Asya (la bastarda del titolo), insieme andranno alla ricerca del segreto che lega il passato delle loro famiglie.
Questo è un libro con un ritmo inizialmente lento, indispensabile per “far ambientare” il lettore,  ma che proseguendo nella lettura diventa coinvolgente e cattura sempre  più; ci si ritrova, così, magicamente, ad assaporare l'atmosfera delle fiabe delle "Mille e una notte" incastonate in un'ambientazione moderna.
Elif Shafak in questo romanzo affronta con coraggio un tema delicato e ancora molto scottante in Turchia: la questione armena. Non a caso, a seguito dello scalpore suscitato nella società turca nel 2006, alla pubblicazione del romanzo, la scrittrice è addirittura stata accusata di “attacco all'identità turca” in base all'art. 301 del Codice penale turco, l’inchiesta è stata per fortuna  alla fine archiviata dopo qualche mese.
L’autrice rappresenta il simbolo di una Turchia che ha l'audacia  di analizzare la propria coscienza  e  confessare le proprie contraddizioni.

Alla prossima!

domenica 3 luglio 2016



“Chi ha paura dell'Uomo Nero? Nessuno! E se arriva? Allora corriamo via!”
Ellen Roth è una psichiatra che lavora alla Waldklinik. Il fidanzato e collega Chris, poco prima di partire per l’Australia, le affida il compito di occuparsi di una paziente giunta da poco in reparto, nella stanza 7, che ha subito traumi psicologici e fisici devastanti. Il giorno successivo alla partenza di Chris, Ellen si reca in ospedale pronta a conoscere la paziente.  L’impatto è scioccante anche per una dottoressa abituata a casi disperati: la stanza è completamente al buio, pregna di odori “umani” nauseabondi. La paziente è rintanata in un cantuccio, terrorizzata. La paura è così forte da diventare una presenza solida nella stanza. Ellen rimane raccapricciata da ciò che vede e il primo impulso sarebbe quello di fuggire, ma le condizioni in cui versa la paziente, piena di ecchimosi e con lo sguardo folle la impietosiscono e le impongono di rimanere. Non appena la donna comincia a parlare, la psichiatra rimane agghiacciata: la paziente si esprime con voce infantile e cantilenando una vecchia filastrocca le parla di un Uomo Nero che la sta cercando e che si metterà sulle tracce anche di Ellen se non farà attenzione, poi disperatamente, avvinghiandosi alla dottoressa, la supplica di aiutarla quando ciò accadrà.
Ellen rimane fortemente turbata da ciò che è successo e subito prende a cuore il caso ma il giorno dopo quando torna in ospedale, la paziente della stanza 7 sembra si sia volatilizzata e soprattutto medici e infermieri dichiarano di non averla mai vista e che la stanza è vuota da parecchio tempo.
Comincia così per la psichiatra un incubo. Con l’aiuto di un collega, Mark, cerca di scoprire cosa è successo ma troppi avvenimenti la faranno precipitare in un inferno in cui si troverà sempre più sola e la faranno dubitare di chiunque, persino di se stessa.
Questo è il secondo romanzo di Wulf Dorn che leggo (il primo è stato "Phobia") e posso dire che finora non sono rimasta delusa. Wulf Dorn è uno dei pochi scrittori capaci di scandagliare gli abissi della mente umana, trasportando con sé con la forza di uno tsunami anche il lettore, che si trova invischiato in atmosfere da brivido, cupe, a tu per tu con il proprio inconscio.
Unica pecca è lo stile: lineare e scorrevole sì, ma a volte eccessivamente semplice con espressioni banali, figure retoriche elementari che farebbero storcere la bocca anche al fan più accanito.
Nonostante il lessico sia povero però, la trama è solida e l’incastro di colpi di scena ad effetto sempre più coinvolgenti, a mò di matrioska, salvano il clima del romanzo che si mantiene teso fino al finale imprevedibile e scioccante.
Alla prossima!


sabato 2 luglio 2016



Ciao! Oggi voglio presentarvi un interessante saggio nell’ambito delle neuroscienze: “Splendori e miserie del cervello” di Semir Zeki. E’ un libro scorrevole e stimolante per imparare ad apprezzare questo "strumento" potente di cui siamo dotati, il nostro cervello, con tutti i suoi "splendori e miserie".
Un libro che dopo una breve introduzione sulla struttura del cervello e sulle strategie che esso usa per relazionarsi con la realtà esterna, fa un'acuta e attenta analisi di alcune tra le più importanti e famose opere artistiche alla luce delle nuove scoperte neurobiologiche e contemporaneamente trae interessanti spunti mediante osservazioni sul pensiero, gli scritti e le opere degli stessi artisti presi in esame per indurre a proseguire gli studi sul cervello verso una direzione innovativa ed efficace.
Un libro perfetto per sondare le meraviglie che si celano dentro di noi!
Alla prossima!

domenica 12 giugno 2016


Ciao a tutti! Oggi vi voglio parlare di un romanzo molto  particolare che mi ha lasciato un retrogusto dolce-amaro: “Continuum Il soffio del male” di Gianfranco Nerozzi.
La storia inizia con un prologo che anticipa le atmosfere di inquietante raccapriccio che percorreranno tutto il romanzo:
“Ricordo, come se fosse adesso: il baluginare rabbioso della neve e l’urlo del vento, mentre la sera diventava sempre più scura. Quel sabato 24 dicembre, la fottuta vigilia del Natale del ’94. Eravamo giunti, come spettri nella bufera”.
In questo clima sospeso, prosegue il racconto con la presentazione in prima persona del commissario Francesco Negronero a cui verrà affidata la creazione di una squadra speciale che dovrà debellare dal Nord Italia la mafia.
La scelta del commissario per formare il suo team ricade su individui che si sono resi colpevoli di gravi azioni durante il loro servizio nelle forze dell’ordine, disperati che necessitano di riscatto, “cavalieri con la macchia”.
Dopo il ritrovamento nella cripta di una chiesa sconsacrata dei cadaveri di cinque uomini trovati crocifissi e divorati orribilmente da vespe carnivore cresciute come larve all’interno dei loro corpi, Negronero e la sua squadra si buttano subito a capofitto nella risoluzione del caso. Le indagini li porteranno verso una strage simile avvenuta trent’anni prima in Sicilia e ancora più lontano in Messico dove un bambino assiste impotente all’orribile mutilazione della madre. Ma ora quel bambino è cresciuto...
Il caso condurrà il commissario e la sua squadra all’interno di una matassa che li invischierà sempre più e investirà la loro vita personale.
Il personaggio che avvince subito dalla prime pagine è sicuramente il protagonista, il commissario Negronero, che lo scrittore fa parlare in prima persona in molti capitoli. E’  una figura complessa che l‘autore è riuscito con maestria a caratterizzare: carismatico, votato alla lotta contro il male, padre affettuoso ma anche una figura con lati oscuri, marito assente e infedele. Ossessionato dal tempo che scorre porta con sé un orologio ad ogni polso, uno giusto e l’altro in avanti di mezz’ora come in una sorta di ying e yang temporale. Ossessionato dal suo nemico, il pericoloso artefice degli orribili assassinii, si trova legato a lui da un’inquietante complementarità: come il suo avversario non è più capace di provare alcun sentimento, così lui, in seguito ad una strana formazione nel cervello viene colpito da una sorta di analgesia idiopatica che gli farà smettere di percepire qualsiasi dolore fisico. Avvinto dall’incertezza, conscio che la sua vita stia per volgere presto al termine si troverà a combattere da solo una lotta verso non solo un individuo ma addirittura verso il Male Assoluto che si può annidare ovunque.
Un libro che mi ha rapito sin dalle prime pagine per lasciarmi spiazzata e disorientata ad un quarto dalla fine: un cambio repentino di registro e di atmosfere che non sono riuscita a digerire facilmente, da poliziesco con atmosfere dark a romanzo introspettivo che volge al paranormale negli ultimi capitoli; per questo motivo ho deciso di lasciare sedimentare per qualche giorno dentro di me le sensazioni che mi ha suscitato.
Ebbene, dopo averci riflettuto su sono arrivata alla conclusione che la mia delusione derivava da un’ errata prospettiva: il romanzo non vuole essere semplicemente il racconto di cinque individui che combattono il crimine organizzato ma la metafora della vita di un uomo che si illude inizialmente di poter vincere ed eliminare “i cattivi” e che invece in una spirale di dolorosa consapevolezza che lo avvilupperà fatalmente, scopre che il Male, veramente pericoloso, è quello che non si vede, che si materializza subdolamente dentro di noi e che spesso è così potente da poter acquistare “vita propria” e cercare di distruggere ciò che abbiamo di più caro.
“Passiamo la nostra vita a creare significati e a trovarli, quasi per forza. La ricerca della felicità spesso passa attraverso una smodata assunzione di alibi. Alias di quello che siamo, conditi con quello che vorremmo diventare. Poi c’è la paura, certo. E quella fa sempre la differenza e ci influenza nel profondo. Così alla fine creiamo fantasmi su cui far convergere le nostre colpe. Francesco pensa e ripensa alle teorie del Continuum: il male come un virus, un soffio malato che si propaga nel tempo e nello spazio.”
Alla prossima!