lunedì 25 aprile 2022


Ero io che mi aspettavo qualcosa di eroico da me stessa. Ero io che mi sentivo da sempre votata alle grandi azioni degli uomini e non alle meschine cure domestiche a cui la storia aveva condannato il mio sesso. Fin da bambina mi ero appassionata alle avventure dei cavalieri e avevo maledetto la sorte che mi aveva fatto donna, assegnandomi un ruolo di secondo piano a cui mi era difficile adattarmi. Occuparmi della casa non era quello per cui mi sentivo chiamata e vivere all’ombra di un uomo non faceva per me. Avevo più fegato di molti uomini che avevo conosciuto.
È così che si descrive la protagonista del romanzo “Memorie di un’avventuriera” di Emanuela Monti, nuova uscita della casa editrice “Il ramo e la foglia edizioni”. Prima donna a diventare commediografa nell’Inghilterra del XVII secolo, Aphra Behn non è purtroppo molto conosciuta attualmente nel panorama letterario, ma devo dire che la sua è stata sicuramente una vita straordinaria e fuori dagli schemi, e per certi versi lo sarebbe anche ora. 
Aphra Behn nata nella contea di Kent nel 1640 e morta a Londra nel 1689, era figlia di un barbiere e sin da bambina amava scrivere versi e teneva un diario. La mamma non vedeva di buon occhio queste fantasie, invece il padre ne era orgoglioso e la supportò sempre. Durante la sua giovinezza frequentò la nobiltà e l’alta borghesia, e quando il padre venne nominato “Luogotenente Generale del Surinam”, si trasferì con la sua famiglia nelle Indie Occidentali; ma il padre morì durante il viaggio e a partire da questa perdita la vita di Aphra si fece molto complicata soprattutto quando tornò in patria. 
Divenne addirittura una spia per conto di Carlo II e dovette arrabattarsi per sostenersi economicamente in un’Inghilterra che attraversava uno dei momenti più difficili della sua storia: la decapitazione di Carlo I e la conseguente salita al potere di Cromwell e dei puritani e il suo successivo crollo con il ritorno degli Stuart. Le accadde anche di finire in carcere perchè incapace di pagare i suoi debiti e spesso dovette concedere il suo corpo pur di racimolare qualche soldo.
Provavo una sensazione elettrizzante al pensiero di avere l’arbitrio assoluto della mia vita. Non avevo né padre né marito né fratelli in età tale da potermi imporre la loro volontà o a cui dovessi rendere conto. E quella condizione di libertà avrei voluto conservarla per sempre. Ma questo sarebbe stato possibile soltanto se avessi trovato il modo di guadagnarmi da vivere. E nella Londra di quei giorni era un’impresa ancora più disperata del solito: la peste si stava diffondendo con allarmante rapidità.
In questa vita difficile Aphra non si perse mai d’animo; il suo spirito indipendente e libero non l’abbandonò mai e nonostante vivesse spesso nelle ristrettezze riuscì a trovare il tempo per dedicarsi a ciò che amava tanto: la commedia. Divenne una fervida commediografa e alternava questo lavoro con quello di copiatura di testi. Divenne molto famosa e apprezzata ma allo stesso tempo la società inglese mal digeriva la sua vita libera e anticonformista. 
Anche una drammaturga è una donna pubblica. E infatti non è troppo diversa la considerazione che si ha di me e non a caso la critica principale che mi viene mossa è quella di essere sconcia.
Emanuela Monti ci descrive con affetto questa donna incredibile in un romanzo in cui l’alternarsi dello stile epistolare e quello del memoir narrato in prima persona dalla protagonista rendono più vivida e palpabile la sua persona; e anche se, ci sono lacune che nella sua accurata ricerca non è riuscita a coprire, l’autrice ha deciso di colmarle appellandosi al principio di verosimiglianza e sempre nel rispetto della commediografa inglese. 
Dalla lettura di questo romanzo si esce arricchiti: la vita di Aphra Behn la si può considerare la vita coraggiosa di una donna che non si arrese mai di fronte al disprezzo di una società che concepiva la donna come un oggetto privo di una propria identità, che dovesse essere dedita solo a vivere dentro le mura di una casa e a dare discendenza. Ebbene, una donna come Aphra, che decise di non farsi mai schiacciare dal maschilismo dilagante anche tra le stesse donne, e che pagò a caro prezzo la sua indipendenza, merita un inchino da parte di tutti noi e come scrisse Virginia Woolf :
“E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn…perché fu lei a guadagnarci il diritto di pensare ciò che ci pare…”

domenica 27 marzo 2022





Ciao a tutti, oggi vi presento “La mafia nello zaino” di Alessandro Cortese edito da “Il ramo e la foglia edizioni”.

Il libro colpisce subito dalla copertina: un bimbo con indosso uno zaino mentre “guarda” una sorta di rappresentazione teatrale, ma tutto ciò stride con gli schizzi di sangue sul muro e sulla tenda e un senso di sottile disagio si insinua già nel lettore.

 

A me, che di curiosità ne avevo in abbondanza, la Sicilia avrebbe dato modo di vivere una storia lunga e paurosa, tutta fatta di misteri, leggende e morti ammazzati.

La mia favola d’estate, per lo più vissuta sotto il sole d’agosto, aveva avuto come protagonisti me, mia mamma, un nano e un assassino, insieme a un sacco di comparse, com’era tradizione dell’Opera dei Pupi, e tra le comparse, che ci si creda o no, c’era stato persino l’uomo nero.

Ora la racconto perchè le storie, prima o poi, come l’aria risalgono più su, a galla fino a farsi vive. Per farsi ricordare.

 

Questa è una storia ambientata in un paesino imprecisato della Sicilia ed è narrata in prima persona dal protagonista ad anni di distanza degli eventi avvenuti, ma per meglio immergersi nel racconto, torna ad essere un bambino alle prese con qualcosa di terribile e più grande di lui.

Il primo incontro con la Mafia lo fa venendo a conoscenza dell’uccisione di un ragazzo, a cui sono state mozzate le mani, reo di aver rubato nella casa sbagliata.

Quest’omicidio lo turba profondamente, comincia a scardinarsi l’innocenza della sua infanzia; in  bicicletta va a destra e a manca per il paese in cerca di informazioni, si dimena per poter dare a ciò che è avvenuto un senso logico, ma è tutto un movimento che genera altra confusione, paura e lo fa sprofondare ancora di più nell’agghiacciante atmosfera mafiosa.

 

“E la mafia?L’hai vista?”

Mossi il capo e feci di no.

“E sai perchè non hai visto la mafia?”.

Di nuovo lo guardai e di nuovo feci di no, spalancando un poco la bocca come quand’ero piccolo e lui m’imboccava.

“Perché la mafia è come Colapesce.  È una leggenda che si sono inventati alla televisione, per raccontare qualcosa ai vecchi che non lavorano più e restano a casa tutto il giorno. I vecchi guardano i telegiornali, che gli raccontano qualcosa vera e qualcosa no. La mafia non è vera”.

 

Mentre gli omicidi si susseguono, il dubbio e il terrore si fanno sempre più pressanti quando il protagonista si rende conto che la Mafia con i suoi tentacoli è giunta fin dentro le mura di casa, celata dietro i mutamenti d’umore del padre e le sue frequenti riunioni tra “amici” e gli occhi tristi della madre.

Prenderà ad un certo punto la coraggiosa decisione di scoprire da solo cosa è la Mafia e gli eventi precipiteranno così velocemente che da un giorno all’altro perderà l’innocenza e la spensieratezza dell’infanzia e si trasformerà, costretto dalle circostanze, in un piccolo adulto che ha già visto troppe brutture nella sua breve vita.

Eventi terribili raccontati  con la genuinità e lo stupore di un bambino rendono ancora più agghiaccianti  gli orrori della Mafia.

Il protagonista si trova immerso non solo in vicende di morti ammazzati ma anche in una società dove vige come regola di vita fondamentale, l’omertà,  che intorpidisce le coscienze e sgretola la dignità della gente; ma per fortuna lui non sarà da solo in questa lotta.

Alessandro Cortese racconta questa storia con uno stile scorrevole, usando molto spesso espressioni tipicamente siciliane che servono ad entrare meglio nella vicenda narrata; c’è nel suo modo di raccontare tutto lo sgomento di un bambino che avverte che qualcosa di terribile si è abbattuto sulla sua realtà fanciullesca ma non riesce a toccare con mano quanto sia profondo e tetro l’orrore che gli si è presentato davanti; si rende conto che la finzione è una sorta di anestetico usato dalla gente per poter simulare una vita normale e ciò lo getta nello sgomento senza però mai paralizzarlo.

 

In Sicilia è tutto teatro. È tutta Opera di Pupi, di pupari e spettatori e non si capisce bene chi è pupo, chi è puparo e chi è spettatore.

 

Questo è un libro che consiglio vivamente di leggere, affinchè ci rendiamo conto che ognuno di noi può farsi carico anche di una piccola azione “positiva” per non permettere ad una mentalità omertosa di mettere le radici, perchè lo sappiamo, l’omertà può nascondersi in qualsiasi ambito, ma soprattutto affinchè non dimentichiamo, perchè non dimenticare ed essere consapevoli che la Mafia esiste anche quando sembra dormiente, è un dovere.

 

  

 

 

  

 

  

sabato 29 gennaio 2022

 


Ciao a tutti, oggi vi parlo di un libro che considero un vero gioiello, “Tre monologhi. Penna, Morante, Wilcock” di Elio Pecora.

Elio Pecora è un poeta, scrittore, saggista e critico letterario di origini campane che verso la fine degli anni ’60 si trasferirà a Roma. Nella sua lunga carriera letteraria ha conosciuto diverse figure eminenti del panorama intellettuale italiano e di alcuni fu amico.

Ed è proprio a tre di loro che dedica la sua ultima opera: Sandro Penna, Juan Rodolfo Wilcock ed Elsa Morante, con tre monologhi, in cui i tre scrittori sono delineati con una vicinanza e un affetto tali da sentirli ancora tutti e tre vivi e palpitanti accanto.

L’opera inizia con  un Sandro Penna, che affida ad un registratore il racconto della sua vita e facendoci addentrare nei meandri della sua “quieta follia”, ci accompagna nel suo passato tormentato: un rapporto conflittuale con i suoi genitori, il suo vivere appartato e l'amore verso i “fanciulli” descritto con estrema delicatezza e pudore in alcune sue poesie. Elio Pecora, attraverso la voce di Sandro Penna permette di aggirarci nella sua stanza traboccante di libri, panni, carte, quadri e cianfrusaglie come quasi ad alleviare la sua solitudine .

 

Sapevo di essere diverso dalla truppa dei rassegnati, piegati all’impiego, ubriachi del niente. Ne avevo compassione, come ne ho avuta di me stesso costretto ad arrendermi alle necessità di ogni giorno. Mi dicevo che le mie rese erano solo una parte del mio tempo: la mia vita vera era altra e altrove. Sapevo che va amata per intera la vita. Dovrebbe esserci cara in ogni suo aspetto. Invece la subiamo, per la massima parte, come una fatica. La poesia ne trae momenti in cui l’essenza coagula, ed è l’inesprimibile che si manifesta.

 

Il secondo monologo è su Wilcock, ma qui non è lo scrittore a parlare del suo vissuto ma “ un lettore strambo e interessato. Ha letto che il suo amatissimo Bolaño aveva nominato Wilcock come suo maestro e ha cominciato a interessarsi all’argentino – divenuto scrittore italiano – prima leggendo i suoi libri, poi cercando notizie su di lui.

Anche questo monologo narra la vita di un uomo solitario, ma Wilcock esprime in maniera diversa il suo mantenersi separato dal genere umano; uomo dal carattere scontroso e difficile, crea un mondo di fantasia grottesco e mostruoso.

 

“Forse, per godere delle sue scritture e fantasie, bisogna rovesciare le estetiche. Venere può innamorarsi della scimmia e un mostro può essere fatto di tanti specchietti che riflettono un’infinità di colori che, mentre abbagliano, moltiplicano la vista e danno pensieri diversi mai risolutivi. I suoi mostri somigliano fin troppo agli uomini e alle donne che affollano le nostre giornate.”

 

L’ultimo monologo è quello che ho sentito più accorato, e racconta di Elsa Morante.

Ci viene descritta una donna sola, che vive con tormento la propria interiorità e si aggira per una Roma dove i fantasmi delle creature generate dalle sue opere le si muovono accanto. In questo monologo la vita esteriore di Elsa è appena accennata mentre vengono narrate con dolorosa partecipazione le angosce di una donna che ha cercato di estirparle con la scrittura.

 

Il demone! Da quale punto della mente, per quale soffio, spinta, si mostrano, si pronunciano quelli che vengono ad abitare nelle sue frasi, in quei puntelli di sillabe, di accenti? E con l’illusione (quanto pagata!) di reiventare il mondo da un’altra parte, dove perfino la morte è il punto estremo di un gioco. Cominciò da un’inquietudine che si fece largo nel rumore di una casa affollata, in una ressa di voci discordanti. Era affaticante e dolorosa la veglia! L’oscurità l’accecava. Allora, bisognava lasciarsi all’altrove del sogno. Imparò presto a negarsi. Cercò dentro e dietro tanto rumore il silenzio, quel silenzio riempì di voci, per un teatro solo suo.

 

Elio Pecora, in questa sua ultima opera restituisce voce e corpo a personaggi della letteratura italiana che colpevolmente stiamo dimenticando. Esistono scrittori come questi, che hanno il diritto di essere posti accanto a quelli più famosi della seconda metà del Novecento. Leggere quindi Tre monologhi. Penna, Morante, Wilcock” è un regalo postumo che facciamo a loro e a noi stessi affinchè la loro vita e le loro opere non finiscano nell’oblio.

martedì 21 dicembre 2021

 


Ciao a tutti, oggi vi presento un libro davvero molto particolare, che mi sono divertita tanto a leggere ma allo stesso tempo, come ogni buon libro, mi ha fatto riflettere: “Immacolata intercessione” di Carlo Kik Ditto edito da “Il ramo e la foglia edizioni”.

Ecco a voi, Unicorn e Shebop, un’attore porno gay molto religioso e praticante, e una transessuale con una passione quasi mistica per Cindy Lauper che di giorno fa la parrucchiera mentre di notte è un’incredibile drag queen del Blue Tongue; due amici e coinquilini che vivranno il nuovo miracolo di fine millennio, il tutto calato nell’atmosfera magica di una Chicago degli anni ‘80.

In quasi tutta la storia, parla Unicorn che con un’incisività dirompente si fa spazio tra un perbenismo che sa di naftalina e che negli anni ’80 era considerato semplicemente la normalità.

 Mi sono scelto una professione che va controcorrente, sono abituato a remare con forza, il giudizio altrui mi scivola addosso, ma l’ipocrisia che circonda la società e i fruitori del porno è angosciante. [...]

A volte immagino di essere la reincarnazione di Sant’Agostino d’Ippona, un grande uomo, autore del mio libro preferito: La città di Dio, è in quelle pagine in cui mi rifugio quando il mondo pesa sulle mie spalle.[...]

Nonostante io sia solo un umile peccatore e un pornodivo, che vive il sogno americano senza aver fatto un cazzo di male a nessuno, a chi mi giudica vorrei solo dire che Dio ha un fine per ognuno di noi, un fine maggiore, il mio passa per il porno e ne vado fiero”.

I capitoli in cui è Shebop a parlare invece, sono quelli più delicati, che compensano la forza e la rabbia che traspaiono spesso dalle parole di Unicorn.

Non so se sia possibile, ma ricordo esattamente il momento in cui la mia escrescenza prese le sembianze di una vagina, era come se fossi appena uscita, per la seconda volta, dalla pancia di mia mamma. È come ricordare la propria nascita. Sembra impossibile ma è così.

Il giorno in cui feci l’intervento risolutivo, fuori c’era un sole che spaccava le pietre, ma quello dentro di me splendeva ancora di più”.

I due coinquilini vivono immersi nella routine rassicurante dei loro lavori, circondati da personaggi che sebbene secondari riescono a caratterizzare meglio l’ambiente e le vite dei due protagonisti, finchè un giorno, nel negozio di parrucchiera di Shebop compare una donna di nome Mary, episodio che  come in una sorta strana coincidenza astrale, segnerà il punto di partenza per una serie di avvenimenti dalle sembianze di incidenti e stranezze che porteranno al culmine la storia con un evento che stravolgerà per sempre e completamente le loro vite.

I due personaggi non vengono mai chiamati con i loro veri nomi, a parte un momento che svelerà in maniera catartica la magia di cui è intrisa la vita di due persone che la società di solito ritiene non abbiano niente di memorabile e degno di essere notato.

Lo scrittore con un’attenzione molto accurata per i dettagli ci catapulta nell’atmosfera che vivono Unicorn e Shebop. Nonostante ci siano alcuni episodi che possono essere definiti molto scabrosi e descritti nei minimi particolari, non ho notato alcuna morbosità da parte dell’autore, anzi, a me è sembrato un modo per rendere più partecipe il lettore delle vite dei due personaggi, per aiutarlo a conoscerli meglio e mostrare che sebbene al di fuori sembrino ogni tanto sopra le righe, interiormente vivono dei turbamenti che l’esteriorità istrionica serve solo a celare.

Lo stile è divertente ma il messaggio di fondo che traspare è molto profondo: le differenze non sono scarti ma opportunità per una società più inclusiva in cui il “miracolo” può celarsi dove meno ce l’aspettiamo.

Ammiro la casa editrice che ha accettato di pubblicare un’opera di questo tipo e apprezzo  il coraggio dell’autore per aver scritto una storia trasgressiva e provocatoria, tesa a stuzzicare il lettore, permettere di ampliare gli orizzonti della propria mentalità e a suscitare riflessioni costruttive in una società che ama dividerci in compartimenti stagni, ed è un bene perciò che poi arrivino queste storie a stravolgere tutto. 

lunedì 20 settembre 2021

 


Ciao a tutti, oggi vi propongo un romanzo di un autore che abbiamo già incontrato, Pablo Ayo, ma in una veste completamente diversa, non come autore di un’opera fantasy, bensì di un thriller divertente e con tratti a volte comici, insomma anche in questo caso uno scritto particolare che non si incasella in un genere ben rigido e definito: “Otello e la maledizione degli hotel”.

Il protagonista, Otello Bonacasa, ha una stupenda fidanzata Alisa, ex velina ed è un genio dell’informatica che ha fondato insieme al suo socio Marco Trifoldi l’azienda “Cloud 9” ma, cosa molto più importante è vittima, almeno secondo lui, di una maledizione: la maledizione degli hotel, da quando il suo ex compagno di liceo Evaristo gliela lanciò quasi per scherzo durante uno dei tanti atti di bullismo.

Che sia frutto di un’autosuggestione o veritiera questa convinzione, fatto sta che la sua vicenda rocambolesca ha inizio proprio in un hotel di Dubai dove è giunto per una conferenza: nel momento in cui apre la sua valigia, viene investito dallo scoppio di alcuni sacchetti di cocaina che gli sono stati inseriti a tradimento tra i suoi effetti personali.

Sarà costretto a fuggire e nella sua corsa verso la salvezza, mentre persone per lui insospettabili cercheranno in tutti i modi di portare a buon fine la trappola che gli è stata tesa, Otello sarà a sua volta ricercato da narcotrafficanti colombiani, malavitosi romani e camorristi, ma farà anche amicizie improbabili durante la sua permanenza nel carcere di Rebibbia, ebbene sì, non si farà mancare nulla, nemmeno una “vacanza” in carcere.

Durante quest’avventura, la sua ingenuità gli farà rischiare molte volte la sua stessa vita ma l’aiuto dei nuovi amici e la sua collaudata e proverbiale intelligenza, gli permetteranno di trovare soluzioni estrose anche nei momenti più difficili, e strano a dirsi riusciranno a farci scappare una risata divertita.

Mi è piaciuto davvero tanto leggere questo libro, il suo stile scorrevole è riuscito a dosare molto bene i momenti umoristici e i colpi di scena che si sono susseguiti ad un ritmo sostenuto; non mancano a dire il vero anche alcune scene abbastanza violente, insomma “alla Quentin Tarantino”, ma non stonano in un clima che rimane comunque ironico e divertente. Ho particolarmente apprezzato anche la cura per l'attività di editing, di solito refusi fastidiosi possono rendere lacunosa la gradevolezza della lettura, invece in questo caso si nota con piacere che è stato dedicato del tempo alla revisione.

Infine, i vari personaggi, anche quelli più marginali sono descritti con un tratto psicologico accurato anche se tra tutti spicca il protagonista, che si divide tra momenti di disperazione e disillusione e altri in cui deciso e determinato sembra quasi un “genio del Male”.

Un libro divertente che si lascia leggere molto facilmente e con piacere, consigliato se si ha voglia di farsi strappare qualche risata in maniera intelligente.

 


domenica 29 agosto 2021

 


“ È buio e diluvia quando Silvana Guerrini tira giù la serranda del suo negozietto di paralumi nel centro di Siena; fa freddo sebbene sia aprile, e ancora diluvia quando sale sull’autobus per tornare nella periferia dove abita; continua a diluviare mentre lei, inzuppata e stanca, arranca per le scale del suo condominio, e scuotendo l’ombrello che gocciola apre la porta di casa. Una vicina si affaccia sul pianerottolo, “Il postino ha lasciato una raccomandata per te, ho firmato io la ricevuta”. Le porge una busta cincischiata, con indirizzi diversi cancellati e riscritti, deve aver girato parecchio, pensa Silvana prendendola, sarà una grana, non ha voglia di aprirla infreddolita com’è, e l’appoggia sul tavolinetto dell’ingresso.[...]La busta contiene una risma di fogli scritti a mano e due biglietti. Tira fuori il primo. “Cara Signora, la Signora Annibaldi mi ha detto di mandarvi queste cose sue. Tanti saluti. Saponaro Filomena.”[...]Con un gesto automatico prende l’altro biglietto, ci butta un’occhiata: una data incompleta, 16 giugno, una sola frase, “Non mi dimenticare” e una firma: Clara.”

Inizia così “Le rovinose” di Concetta D'Angeli, e sia il titolo sia l’incipit animano nel lettore subito, anche senza conoscere i dettagli della storia, sentimenti di ferite e dolori mai né rimarginati, né accantonati.

Le rovinose” è il racconto dell’amicizia di due ragazze Silvana e Clara nella Toscana degli anni ’70 e la sua narrazione le accompagna sin verso la fine degli anni ’80 intrecciando la loro vita privata  con le vicende che hanno insanguinato l’Italia degli anni di piombo.

La storia delle due ragazze si divide in tre parti: nella prima sono raccolti i ricordi rievocati nella mente di Silvana dopo aver ricevuto il misterioso plico e raccontati in prima persona in un unico flusso torrenziale come se fossero rimasti intrappolati dentro di sé troppo a lungo e urgessero la fuga; nella seconda è la stessa autrice a narrare alcune vicende dei due personaggi, una “parentesi metanarrativa” come la definisce lei stessa e infine la terza parte è il diario di Clara, grazie al quale vengono date spiegazioni ad alcuni ricordi di Silvana, rimasti dolorosamente sospesi e inspiegati, chiudendo una sorta di cerchio e dando così un senso alle loro vite che lo stesso titolo anticipa e marchia con partecipe tristezza.

Silvana conosce Clara all’Università quando ha necessità di alcune traduzioni dal russo per un lavoro da consegnare ad un professore. L’amicizia all’inizio sembra essere una di quelle che poi sfumano quando si viene presi dalla routine quotidiana, invece col tempo il rapporto diventa sempre più saldo, eppure le due ragazze non possono essere più diverse:

Biondina, occhi chiari lineamenti affilati, bassetta, magra, sempre vestita di colori scuri, pantaloni sbrendoli, maglioni informi: malinconica e silenziosa, senese doc, Silvana viveva in famiglia, padre invalido, madre incapace; era ambiziosa, puntava al successo professionale e all’ascesa sociale, voleva diventare ricca.

[...] Clara Bellami invece capelli mori, lunghissimi, occhi viola, forme prorompenti inguainate dentro minigonne colorate, braccia collo dita ricoperte di bigiotteria chiassosa, era estroversa, generosa, divertente. Veniva da Sassetta, provincia di Livorno, zona agricola, produzione di vino e castagne. Portata per le lingue (“E’ naturale, la tu’ mamma era russa” le ripeteva la tata Cesira) sarebbe diventata interprete, traduttrice, avrebbe girato il mondo, o chissà? Era irrequieta, costante, scontenta”.

Sono sì, diverse, ma accomunate da un tormento interiore e autodistruttivo che ciascuna esterna a modo suo.

Silvana, è desiderosa di riscattarsi socialmente e contemporaneamente, resa inquieta e dipendente dal forte legame di amicizia con Clara, dovrà venire a patti con un’identità sessuale, che non potrà più ignorare, anche se ciò vorrà dire scontrarsi con una mentalità che addita con severità qualsiasi comportamento definito “anomalo” (lo è in parte ancora oggi purtroppo), mentre Clara, fuggita da Sassetta pur di non rimanere con un padre denigratore, dopo che anni prima la mamma, di origini russe era morta, è ogni giorno angosciata per un forte desiderio di essere dominata ed anela ad essere posseduta da un uomo violento e fustigatore che riesca a placare il marcio dentro di sé.

L’equilibrio sebbene instabile della loro amicizia, verrà rotto quando nella loro vita entra Lorenzo, un rampollo di una famiglia nobiliare, a cui lui stesso, cresciuto senza affetto e sostegno morale sente di non appartenere, infatti simpatizzerà presto per le idee violente delle Brigate Rosse senza però entrarne a far parte in maniera effettiva.

Entrambe le ragazze col tempo vedranno i loro desideri farsi realtà, ma come in un sogno che si trasforma presto in un incubo, sarà proprio il loro esaudimento a condurre ognuna delle due, mediante strade e modalità diverse verso un destino rovinoso.

Concetta D'Angeli con sapiente maestria riesce ad armonizzare nel romanzo temi importanti e diversi come la vita dello studente universitario, i rapporti con la famiglia d’origine, la crisi esistenziale causata dalla ricerca di un’identità sessuale, le dipendenze affettive e i rapporti d’amore malsani, tutto ciò unito alla brama di raggiungere un’emancipazione sociale a dispetto dei muri di gomma presenti in una società che all’epoca riduceva gli omosessuali a macchiette e guardava con estrema diffidenza ad una donna che desiderasse farsi strada in ambiti prettamente maschili.

L’autrice utilizza uno stile duttile che riesce a passare con facilità dalla simpatica cadenza toscana alla ruvidità dialettale del Sud, alternando con sapienza, senza che il lettore avverta con perplessità il passaggio netto, il flusso di coscienza con il racconto di vicende storiche e quello epistolare. Si nota una certa delicatezza nel narrare le storie di Silvana e Clara, è evidente l’affetto profondo che ha unito l’autrice ai suoi personaggi principali, ed è un affetto che con partecipe commozione riesce a trasmettere anche al lettore.

Nelle ultime pagine del romanzo è raccolta una lunga lista di stragi terroristiche e attentati di camorra e mafia avvenute durante il racconto delle vite di Silvana e Clara. Una lunghissima scia di sangue a partire dal 5 gennaio 1976 fino al 15 dicembre 1988 che lascia sgomento il lettore e fa in modo che dopo aver girato l’ultima pagina, lui non sia più la stessa persona che l’ha iniziato.

domenica 15 agosto 2021

 



Ciao a tutti, eccomi qui per presentarvi la seconda parte di una saga che vi ho fatto conoscere un pò di tempo fa: “Huntermoon – La profezia dei Vizerath” di Pablo Ayo.

Nel primo libro, “Huntermoon – L’inganno di Ogmareth” abbiamo fatto conoscenza con i personaggi principali, ora a questi ultimi si aggiungono altre figure speciali e importanti per la storia.

 In questa parte del romanzo, ritroviamo Gabriel sempre più deciso a scoprire come mai suo padre sia morto e lui sia stato accusato di alto tradimento da Re Albion; nel proseguio della storia, man mano che Gabriel diventerà più confidente del potere insito dentro di sè e dovrà barcamenarsi tra i diversi agguati dei Vizerath una volta giunto in Oriente, si faranno più rade le nebbie dell’intrigo fino ad uno sconvolgente episodio finale che lascio al lettore per non togliere nulla alla forza immaginifica trasmessa dalla maestria dell’autore.

Anche il suo Comandante Kalahad Harteneis rischia di rimanere invischiato in macchinazioni perverse ordite ai suoi danni da elementi all’interno del suo stesso gruppo di uomini ma ancora di più si lascia ammaliare dalla principessa dei Vizerath Aranya, che il popolo acclama come la “Fanciulla Pura” delle profezie, che lo salverà dall’Oloorna Karsha, un periodo di terrore in cui gli esseri umani sono ormai in balia di Orchi, Troll e Demoni non potendo più essere protetti dagli Dei.

Rivediamo e ci vengono presentati durante la storia, figure femminili che scoprono dentro di sè immensi poteri che potrebbero segnare anche la loro condanna a morte come streghe se solo venissero scoperte.

Ma tutti i personaggi principali hanno in comune il sentire affiorare a poco a poco dal lontano oblio della coscienza, ricordi fumosi ma molto evocativi di una vita passata come Dei Alasheers, che devono ogni cento anni abbandonarsi ad un sonno che li fa reincarnare in esseri umani per provare sentimenti a loro preclusi: l’Amore e la  Compassione.

Inframmezzati alle vicende degli umani, viene raccontata anche il dramma degli Dei che devono affrontare un pericolo mortale, “la caduta del cielo”.

In questa seconda parte, Pablo Ayo riesce con una sorprendente bravura a catapultare il lettore nella storia; adesso le descrizioni dei personaggi e delle battaglie sono dettagliate ancora con più efficacia ed unita ad un’analisi psicologica di tutti i protagonisti principali, si riesce maggiormente ad entrare in sintonia con le vicende che gli accadono e i loro sentimenti.

Non posso che consigliare la lettura anche di questa parte, mentre  rimango in attesa di una mia auspicata terza parte.