martedì 15 agosto 2023

Le figure retoriche rappresentano per me un argomento che mi ha sempre affascinato, legate indissolubilmente all’arte oratoria e con essa a tutto il mondo della dialettica.

Quello che mi interessa fare con questa rubrica è percorrere insieme a voi questo affascinante mondo, partendo dalle loro origini, assaporandone la loro varietà e l’uso che ne venne e viene ancora fatto nella letteratura ma anche nel linguaggio comune, perchè, ebbene sì, noi le usiamo quotidianamente senza averne alcuna consapevolezza e a ciò si aggiunge che lo facciamo anche con una frequenza davvero molto alta!

Narrare le origini delle figure retoriche equivale a narrare le origini della retorica; perciò iniziamo questo fantastico viaggio!

Secondo Aristotele il padre della retorica fu Empedocle, ma la tradizione vuole che nasca nella metà del V sec. a.C. a Siracusa,  quando dopo che il tiranno Trasibulo venne fatto cadere, con il ritorno ad uno stato democratico, ci fu un tripudio di processi  riguardanti proprietà private finite nelle mani dei tiranni, processi davanti a giurie popolari che richiedevano capacità notevoli nell’eloquio, in cui si distinse Corace, compagno/maestro di Tisia e autore della prima Arte retorica dell'antichità.

La retorica poi passò nell’Attica dove si sviluppò e fiorì grazie a Gorgia, uno dei maggiori sofisti, il teorizzatore del relativismo etico basandosi sulla morale della situazione contingente.

Platone in uno dei suoi dialoghi, che porta proprio il nome del noto sofista, gli fa dire che la retorica è l’arte della parola e Socrate di rimando sostiene che la retorica è l’arte della persuasione, una persuasione il cui scopo è far credere non “che insegni sul giusto e sull’ingiusto”. Socrate quindi sottolinea il ruolo fondamentale della retorica cioè la capacità di servirsi della parola per suggestionare con il suo potere emotivo e persuadere un uditorio per ottenerne il consenso.

La retorica per far tutto ciò deve basarsi su regole  ben precise che nel tempo si trasformano in una vera e propria robusta infrastruttura usata per secoli dagli oratori. Aristotele crea una teoria dell’argomentazione basata su un particolare ragionamento, l’entimema, una sorta di sillogismo approssimativo creato per il pubblico che parte da premesse verosimili e plausibili. La seduzione della parola, la captatio benevolentiae, in una sola espressione l’arte della parola è utile per dare maggiore verosimiglianza al ragionamento e indurre l’interlocutore all’assenso.

Secondo la tradizione greco-latina la retorica consta di cinque parti:

1. Inventio o èuresis: trovare l’argomento;

2. Dispositio o tàxis: mettere in ordine ciò che si è trovato;

3. Elocutio o léxis: esporre il discorso con ornamenti;

4. Actio o ipòcrisis: recitare il discorso con gesti e dizione appropriati;

5. Memoria o mneme: mandare a memoria il discorso;

L’inventio ha come scopo la ricerca delle prove, delle vie di persuasione. Grande supporto per l’inventio è la topica, cioè l’insieme dei luoghi comuni.

La dispositio si avvale delle quattro parti del discorso retorico: si esordisce con la captatio benevolentiae per allettare il pubblico; la narratio cioè il racconto dei fatti che può seguire l’ordine naturale oppure partire non dall’inizio ma in medias res; la confirmatio ovvero il resoconto degli argomenti; infine l’epilogo ossia la conclusione del discorso con l’appello ai sentimenti dell’uditorio.

L’elocutio riguarda il linguaggio, la scelta delle figure con cui si orna il discorso, parte che via via con il passare dei secoli si è svincolata dalla retorica per assumere un ruolo indipendente e privilegiato, arrivando ad un punto di convergenza con la poesia e la letteratura.

Infine la memoria e l’actio, meno importanti del resto, hanno a che fare con l’esecuzione del discorso con l’assunzione anche di modi  teatrali per mantenere legato il pubblico.

 

Col passare dei secoli la teoria della retorica si svilupperà fino a raggiungere livelli molto alti e all’interno di essa in particolare l’elocutio, che con il suo proliferare di figure retoriche, della ricerca dello stile suggestivo, della bella parola insomma, accentuerà il processo di letteraturizzazione e avrà il suo culmine nel Medioevo, quando la retorica servirà di guida alla prosa, e alla poetica con la versificazione.

Nella retorica moderna, con Perelman, un filosofo polacco, si riprende il concetto aristotelico dell’argomentazione, di cui è stato il maggior teorico, che contrappone  al ragionamento formale, diventato nell’età contemporanea il più diffuso e considerato come modello unico, ma per Perelman pieno di difetti perché atemporale, impersonale, e soprattutto completamente dissociato dalle componenti psicologiche, sociologiche e storiche della conoscenza.

Accanto al recupero dell’arte argomentativa, possiamo porre le ricerche linguistiche e stilistiche dei formalisti russi, dei semiologi francesi e di alcuni studiosi italiani (tra cui Umberto Eco).

A tutto ciò va aggiunto Jakobson, uno dei più importanti linguisti russi che considera la metafora e la metonimia (figure retoriche che faranno parte ovviamente del nostro excursus) come collegamenti tra la retorica e la linguistica; e per finire Jacques Lacan, che è stato il primo analista a legare la psicanalisi al linguaggio, analizzando il linguaggio onirico; suo il celebre aforisma “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”.

Il nostro viaggio per oggi finisce qui, con questa panoramica a volo d’uccello. Lo riprenderemo a breve per addentrarci meglio in questo fantastico mondo.

A presto!

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