martedì 15 agosto 2023
domenica 14 maggio 2023
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Ciao a tutti,
oggi vi presento un altro romanzo edito dalla casa editrice “Il ramo e la
foglia edizioni”: “Anche se fosse vero” di Davide Antonio Pio.
Non vi nascondo che è stato il libro più strano e in certi tratti complesso
che mi sia trovata a leggere, ma non per questo meno interessante, anzi, la sua
struttura e il suo evolversi hanno stuzzicato la mia curiosità, tanto che senza
fatica ho terminato le quasi 150 pagine di cui è composto il romanzo.
In quest’opera divisa in cinque parti, cullati dal rumore delle acque del
lido di Venezia, si dipanano le vite di diversi personaggi, alcuni seguiti dall’autore
per poche pagine e in un arco di tempo molto breve, altri invece affiancati per
quasi la loro intera vita.
Tutti i personaggi sono in qualche modo legati tra di loro, ma il legame e
ciò che si nasconde tra le righe sta al lettore ricostruirlo, l’autore non
facilita in alcun modo chi legge, solleticando la sua fantasia e creatività.
Il tutto è raccontato così come si mostra un quadro o si guarda un panorama:
senza giudizio o sentimentalismi; è il lettore che deve farsi un’idea e provare
trasporto per le vicende dei personaggi in base alla ricostruzione che lui stesso
si è fatta dentro di sé.
Ogni tanto l’autore si abbandona a qualche veloce disquisizione filosofica,
buttata velocemente quasi ad indicare una direzione, come una sorta di guida
nel susseguirsi degli anni narrati in cui i personaggi vivono, si innamorano, e
in cui morti violente o incidenti si avvicendano a nascite e amori; il tutto
senza mai entrare nei dettagli, ma lasciando aleggiare sempre una patina di non
detto ma immaginabile.
Il vero protagonista del romanzo sembra essere la Vita, che si svolge nella
sua semplicità quasi banale, e che con le sue fila talvolta sottili e
trasparenti, altre volte più tenaci e spesse, lega tra di loro individui,
intrecciandone senza che loro stessi ne siano consapevoli i loro destini.
Ecco a voi un estratto dalla pagina iniziale:
“Potessimo, in quell’età macchinosa
in cui ciascuno si chiede trecento volte al giorno trovando solo risposte
angoscianti: <<perché qui?Perché in questa forma?Perché niente di ciò che
sembra così spalancato agli altri risponde al mio richiamo?Perché di mille
leggi che il mio corpo segue spontaneamente non si trova traccia nei corpi che
mi attraggono?...>> dico... potessimo in quell’età, avere ali come il
santo fatto Leone che qui spadroneggia e raggiungere come calamitati il punto
della storia di ciascuno in cui le cose cambiano, il tratto del fiume in cui la
corrente accompagna anzichè travolgere.”
Sta a voi, ora continuare nella lettura e avere voglia di fare un
interessante viaggio nei meandri di questo puzzle.
domenica 26 marzo 2023
“Uscii dal mio
nascondiglio soltanto quando fui certo che gli alianti se ne fossero andati. Le
loro grandi ombre avevano cessato di danzare silenziose sulla sabbia,
tremolando come luci nell’acqua ogniqualvolta incontravano dei rottami affioranti
dalla pelle granulosa del deserto; e fu allora, sgattaiolato fuori dall’anfratto
in cui avevo trovato rifugio-non era poi altro che l’abitacolo rugginoso d’una
vecchia automobile rovesciata-che riconobbi un complice sorriso nelle larghe
cromature ossidate, di quello e dai tanti veicoli ammassati all’intorno.
Mentalmente li ringraziai. Dopo giorni e giorni vissuti da braccato, avevo
bisogno di un po' di cordialità, anche solo quella metallica di qualche
centinaio di auto abbandonate.”
Questo è l’incipit di “Navi nel deserto”, romanzo d’esordio
di Luigi Weber, Professore
Associato presso il Dipartimento di Filologia classica e Italianistica dell’Università
di Bologna.
Già da queste
poche righe si può intuire il contesto in cui è ambientato il romanzo: l’ammasso
di rottami d’auto in cui il personaggio trova riparo e l’accenno al deserto
fanno presagire un’epoca post-apocalittica in cui il passato tecnologico
defunto si combina con l’uso di fantomatici alianti utilizzati da chi sta
braccando l’uomo.
A queste inquietanti
premesse si aggiungeranno altre immagini affascinanti e anch’esse inquietanti,
che rimandano al titolo dell’opera: navi con ruote che si muovono lungo piste
nel deserto.
Il romanzo è
quindi ambientato in un futuro molto lontano, si spera, in cui non ci sono più
nè mari nè corsi d’acqua, dove impera nella sua maestosità crudele il deserto,
tranne qualche Oasi o alcune “Rocche”, città fortificate costruite in alto su
montagne.
Troviamo che
invece si muovono come nomadi, degli uomini che hanno deciso di abbandonare le
Rocche, e che coraggiosamente si sono imbarcati su queste gigantesche navi; a
loro si aggiungerà una nave che si destreggia spietatamente nel deserto, alla
ricerca di altre navi da saccheggiare, seminando morte per il solo gusto di
procurare sofferenze atroci, la nave dei pirati capitanata da Schomberg.
Luigi Weber descrive in maniera accurata e cruda una società ipocrita, piena di preconcetti verso chi non si adegua a delle regole sancite in base ad una vuota apparenza, e ciò vale per tutti, marinai delle Navi, abitanti di Oasi e Rocche, ma il tutto molto più accentuato e descritto con straordinaria attenzione per questi ultimi che come le loro città vivono arroccati su un'asfissiante perbenismo.
In questa
storia, seguiremo le vicende di un capitano giovanissimo, neofita della vita
vagabonda delle navi, Joseph Conrad, designato tale dal suo predecessore,
nonostante provenga da una Rocca, decisione che lascia contrariati i suoi
sottoposti; poi incontreremo un altro capitano, Julian Sands, la cui vita si
intreccerà con quella di Freya, una giovane fanciulla che conoscerà in una
delle Oasi; ci verrà presentato un traditore che si muoverà in maniera astuta
tra navi e Rocche; e infine seguiremo lo stesso pirata Schomberg, nelle sue
perverse scorribande.
Durante la
narrazione sentiremo il sapore amaro di antiche rimembranze, in cui la vita
scorreva normalmente così come la conosciamo oggi e tutto ciò si mescolerà con
il tentativo di alcuni personaggi di condurre una vita il più accettabile
possibile, ma le loro vicende ad un certo punto si influenzeranno vicendevolmente in maniera tragica, anche se alcuni di loro non si conosceranno mai di persona, e tutto ciò dona un
retrogusto amaro e per questo ancora più estremamente affascinante a tutta la storia.
Il romanzo alterna
in maniera sapiente il racconto
diaristico in prima persona a quello del narratore onnisciente in terza
persona, riuscendo a farci immedesimare nei tormenti, dubbi e riflessioni dei personaggi;
ne esce un racconto corale in cui ciascuno di loro risulta importante
quanto gli altri e la loro intima essenza si mostra trasparente.
Questo romanzo
ha la particolarità di essere un omaggio allo scrittore Joseph Conrad, infatti
ogni personaggio ha il nome di personaggi tratti dai suoi romanzi, una scelta
fatta dall’autore in onore di uno scrittore che come riferisce in una sua
intervista, ha avuto un notevole impatto su di lui, cosicché il racconto delle
lore vite in “Navi nel deserto” riporta alla memoria le vicende degli stessi
personaggi nei romanzi di Conrad, in un afflato letterario molto suggestivo.
In “Navi nel
deserto” non ci sono però solo echi di Conrad, ma anche di Melville, Philip
Dick, Joseph Roth fino ad arrivare alle fiabe persiane e le tragedie greche, sapientemente
uniti dalla sensibilità dell’autore che ha filtrato le sue esperienze letterarie mediante il suo vissuto, e attraverso una lunga gestazione, ha creato come risultato questo affascinante
e originale romanzo in cui la fantascienza, lo stile post-apocalittico e quello
del romanzo d’avventura si mixano in maniera coinvolgente senza mai eccedere
con gli ingredienti.
Quest’opera
contiene dentro di sè, tra i vari livelli di lettura, anche un’amara
constatazione sull’umanità, che mi ha portato a riflettere sugli
avvenimenti che sono accaduti in questi ultimi anni: nonostante gli eventi
catastrofici che si intuisce si sono succeduti in maniera drammatica e che pur nel loro orrore avrebbero potuto avere l'unico pregio di servire da collante per non soccombere, si
percepisce una riflessione molto poco
ottimista che ha l’autore del genere umano: il pregiudizio, l’ipocrisia e l’egoismo
saranno sempre scogli insuperabili se non si riuscirà ad entrare empaticamente
in comunione con il prossimo e lo si abbraccia nella sua diversità.
venerdì 9 dicembre 2022
“Niente mi fa paura come il sesso. Se
conosco qualcuno che mi piace, l’istinto a sedurlo si ferma proprio quando
sembra che possa succedere qualcosa. Allora, lascio all’altro l’iniziativa,
perchè mettersi nella condizione della vittima conferma la paura, ma almeno non
mi rende più responsabile; oppure, lascio perdere, mi dico che mi sono
sbagliato, non succederà niente, e scappo.”
Ecco qui l’incipit dell’ultimo romanzo
pubblicato da Il ramo e la foglia edizioni, “La vita
nascosta” di Raffaele Donnarumma, professore universitario di Letteratura
Italiana contemporanea all’Università di Pisa. Scrittore di saggi, con
quest’opera è autore del suo primo romanzo.
Il protagonista è una sorta di alter ego
dello scrittore, professore di Italiano e con un nome che inizia come il suo,
R., ma come Donnarumma ci tiene a precisare in un’intervista rilasciata
ultimamente, non è un’autobiografia ma più che altro una sorta di auto-fiction.
L’incipit ci porta ex-abrupto nel tormento
interiore del personaggio, dilaniato dall’insicurezza e dal non riuscire a farsi mai
coinvolgere sul serio dagli eventi della sua esistenza.
R. dopo una relazione durata una ventina
d’anni, tradito ed avendo tradito a sua volta, si trova improvvisamente di
fronte ai suoi demoni interiori e come in una sorta di diario sveviano si
affida ad una rigida disamina dei suoi sentimenti e pensieri.
Per cercare di combattere questo malessere interiore, anche sostenuto dalla sua amica Anna, si iscrive in palestra, frequenta siti d’incontri e di entrambi fa una divertente ma anche sarcastica analisi.
“Il vitalismo delle palestre, come le loro
luci, la musica a palla, i colori sparati sui muri, l’allegria sudata degli
istruttori di fitness o di pilates, è l’apparato decorativo di un istinto
rabbioso alla mortificazione di sé, la chiesa barocca di stucchi e marmi
tramischi costruita sopra un ossario.”
In un sito d’incontri conosce un ragazzo, L.,
di almeno dieci anni più giovane di lui, con cui inizia una relazione
clandestina perchè quest’ultimo già legato ad un’altra persona, ma nonostante
tutto appagante, almeno all’inizio, anche se impostata in
maniera diversa da quelle precedenti, un rapporto più passivo e sottomesso,
dipendente dagli umori del suo nuovo compagno.
Ben presto però, la differenza d’età e il
fatto che il ragazzo sia uno studente in procinto di un dottorato nella sua
stessa Università, mentre lui, un professore affermato, fanno cambiare gli
equilibri di questo rapporto e senza che se ne renda conto ma via via sempre
più consapevole, le distanze crescono sia nell’esternazione dei sentimenti sia
dentro di lui che paradossalmente si scopre invischiato in un rapporto non
confinato più solo al sesso ma in un vero e proprio innamoramento.
Qui le pagine del romanzo si fanno più
sofferte, e tutta l’angoscia del personaggio comincia ad affiorare
prepontemente nella contraddizione tra le sue riflessioni di un amore monco,
privo di una vitalità necessaria a tenerlo in piedi e le sue azioni, che lo
inducono a ergersi a salvatore di un compagno che si lascia trascinare dalla
vita e che subisce il sentimento di R. piuttosto che lasciarsi coinvolgere,
rendendo R. sempre più dipendente da questo amore apatico fino alla decisione
finale a cui il protagonista decide di affidarsi per salvarsi.
Questo romanzo, è un’autentica chicca da
leggere per prendere consapevolezza della nostra vita, quella nascosta fra i
significati dei nostri atti, esternazioni a volte di zone del nostro inconscio
buie e dolorose, e qui il personaggio lo fa attraverso le parole di Donnarumma
che usa uno stile fortemente introspettivo e scorrevole, in cui ogni parola
porta con sè un carico di significato che trascende quello semantico e induce
in noi una catarsi che solo le migliori opere riescono a fare.
domenica 16 ottobre 2022
Ciao a tutti, oggi vi presento un altro
romanzo edito da “Il ramo e la foglia edizioni”, “L’età della rovina” il
romanzo d’esordio di Francesco Tronci.
Il romanzo è
ambientato in un periodo di apparente grande fermento politico, in una società
dove è in fibrillazione, sempre in maniera apparente, la voglia di cambiamenti
e riforme, e in cui i cittadini credono di poter essere artefici del proprio
destino come di quello del Paese.
“I
principi fondamentali dell’età della rovina, una nuova costituzione non scritta
e senza autori diretti, venivano ripetuti ossessivamente dai rappresentanti del
potere politico a ogni buona occasione, intervista, dichiarazione sui giornali,
comizio in piazza o conferenza. Non sembravano parole vestite dal conforto
tiepido di una riflessione profonda, ma accrocchi di sillabe che pretendevano
di stabilire in che direzione la società avrebbe dovuto muoversi, ora che si
navigava da anni in questa nuova età che nessuno aveva mai chiamato età della
rovina. Declamavano il valore nobile dell’iniziativa individuale e della
creatività contro il pessimismo e la mancanza di inventiva.”
Seguiamo
le vicende contorte, le meschinità politiche attraverso la vita di colui che
nel romanzo non avrà mai un nome ma sarà sempre definito dal ruolo che gli è
stato affibbiato dalle circostanze: “l’aspirante”; e un nome non l’avrà
nessuno dei personaggi che si avvicenderanno sul palcoscenico della narrazione.
Ecco, perchè sì, il romanzo sembra una rappresentazione teatrale, che ha in sè
qualcosa di tragico e allo stesso tempo grottesco, dove le parole vengono
contaminate dallo squallore intimo dei personaggi che attorniano l’aspirante e
il loro significato piegato e lordato ad uso e consumo dei vari attori della
scena.
Seguiremo le vicende dell’aspirante, che in
quanto tale aspira semplicemente ad un lavoro dopo essersi laureato, ma che
colleziona solo una serie di stage con belle promesse, intervallati da periodi
di speranza angosciosa. Durante il racconto delle sue vicende, verremo resi
partecipi anche delle ansie e preoccupazioni dei genitori stessi del
protagonista: costretti a vivere e a cambiare in continuazione case in affitto
senza riscaldamento, perchè perseguitati da creditori e padroni di casa
incuranti del loro stato di quasi indigenza, conducono la loro grama vita
richiedendo in continuazione finanziamenti per pagare i loro debiti.
L’aspirante
impossibilitato a crearsi un suo posto nella società, vive insieme ai genitori
e si arrabatta per non lasciarsi schiacciare dagli eventi mentre la madre
contribuisce facendo da badante notturna senza possibilità di ferie o malattie.
Mentre i
personaggi principali si trascinano alla bell’e meglio, nel panorama politico
si confrontano i due partiti principali, Il Partito del Progresso e
il Partito della sicurezza; è tutto un susseguirsi di accesi dibattiti
televisivi, pieni di promesse di liberazione dalla schiavitù economica e
dall’insicurezza sociale dilagante.
La
popolazione prende posizione, urla nelle piazze, illusa di poter avere un ruolo
attivo; ma quelli che non hanno diritto nemmeno a sollevare la testa e a dare
fiato alle loro richieste sono proprio i poveri, guardati con disgusto da
tutti, perchè essere poveri è una colpa, un peccato capitale che rende indegni
della stessa vita.
“L’aspirante
aveva appreso col tempo, senza necessità di particolari istruzioni, che le sue
lamentele andavano espresse con moderazione, giacché le lamentele dei poveri
hanno un insolito 13 potere disturbante. Nell’età della rovina nessuno aveva
mai prestato attenzione a un’elementare evidenza: gli unici a lamentarsi, e a
lamentarsi della propria condizione con notevole disinvoltura, non erano gli
ultimi della coda, ma tutti gli altri, senza imbarazzo. La loro doglianza
reclamava modernizzazione, «diritto al futuro!» gridavano, l’età della rovina
apprezzava la pretesa di futuro, l’attitudine propositiva e l’intuizione
creativa, queste erano le sole doglianze feconde. Invece le parole degli ultimi
suonavano stordenti, tessere di una voce senza futuro che, a chiedersi come
sarebbe stato domani, era già sfibrata. Così i poveri, per non risultare
inopportuni, si davano una regolata.”
Francesco
Tronci ci mostra lo spaccato di una società irrimediabilmente corrotta, nemmeno
lontanamente conscia di essere stata intaccata da un grande male,
quello del cinismo che induce al calcolo e alla mancanza di empatia, in definitiva
“un’età della rovina” che prima o poi imploderà. Lo scrittore con uno stile
scorrevole e con una grande attenzione dedicata all’aspetto sociologico e ai risvolti filosofici delle vicende, ci guida verso una profonda riflessione
sulla nostra stessa società, così simile a quella del romanzo e a prendere le
distanze da certi meccanismi malsani di cui potremmo essere vittime o
paradossalmente carnefici noi stessi.
mercoledì 17 agosto 2022
Salve a tutti,
vi aggiorno su una nuova rubrica che entrerà
a far parte a breve del mio blog: le figure retoriche, le loro origini, il loro
uso; insomma tutto ciò che le può riguardare anche solo lontanamente. Le figure
retoriche mi hanno da sempre affascinato e molto spesso mi è capitato di
leggere più volte una stessa frase di un libro ammaliata dal presentarsi di una
di loro.
Non so con quale cadenza però, perchè i miei
impegni sono molto spesso un ostacolo al mio desiderio di far crescere questo
blog, che ultimamente si è limitato ad essere una serie di recensioni di libri,
una cosa che adoro fare, beninteso, ma vorrei che il mio blog fosse qualcosa di
più. Vorrei anche dedicarmi di più alle altre rubriche che ho trascurato in
questi anni e farmi venire delle idee sulla creazione di altre (qualcosa bolle
in pentola, ehm, ecco qua una figura
retorica , ma non è ancora niente di definito).
A presto allora!
domenica 31 luglio 2022
Ciao a tutti, oggi voglio presentarvi un libro molto
particolare, una raccolta di racconti dal titolo “Codice a sbarre” e sottotitolo “Storie
di assenti e di simbionti in cattività”, l’opera di esordio di una giovane
scrittrice che è anche attrice, Giulia Tubili.
Il titolo mi ha colpito sin da subito, come anche l’emblematica immagine di copertina: il profilo di una persona e del filo spinato che sembra attraversarle il capo.
Tutto questo mi ha incuriosito e mi sono buttata a capofitto nella lettura dei racconti.
Ebbene, mi sono resa conto che mai nessun titolo e
immagine sono stati più azzeccati, perchè mi sono trovata catapultata in un mondo
asfissiante e atmosfere cupe in cui i vari personaggi agiscono, o pensano di
agire, rimanendo invischiati nei loro pensieri o nei loro atti.
Alcune storie sono effettivamente ambientate in carceri,
ma ciò che le accomuna tutte, è la sensazione di reclusione in cui vivono i
vari protagonisti a prescindere dalla situazione che si trovano a vivere.
Ogni personaggio sembra vittima delle proprie azioni e delle
tormentate elucubrazioni mentali a cui sottopone se stesso.
Le sbarre quindi, che siano effettive o meno, sono quelle
di cui si circondano i protagonisti segnando una netta separazione dal mondo
che li circonda.
La particolarità di quest’opera è che non c’è mai una
premessa per introdurre il lettore a ciò che sta per leggere: in ogni storia ci
si trova sempre già “in medias res”,
ciò che sta per succedere o il personaggio e la sua situazione diventano più
chiari man mano che si procede con la lettura; insomma il lettore si trova lanciato
a capofitto già in un particolare momento che culminerà sempre in un gesto o in
una spiegazione che sveleranno la situazione lasciandolo quasi
stordito e senza fiato per lo stupore.
Lo stile di Giulia Turbili non è molto scorrevole, c’è
una certa tortuosità nelle frasi e le storie sono piene di immagini che si
susseguono in maniera fitta; però anche se all’inizio tutto ciò mi ha reso un
pò difficoltosa le lettura, man mano l’ho apprezzato e l’ho trovato congeniale
allo svilupparsi dei racconti, volti ad essere resi ancora più cupi da
atmosfere che sono un mix tra il giallo il noir e il thriller; alcune scene
splatters possono sembrare disturbanti ma il tutto è funzionale a toccare quasi
con mano il senso di alienazione dei personaggi che consci o meno delle
conseguenze delle loro azioni e pensieri, si autorecludono in una prigione senza
alcuna speranza e via d’uscita.
L’autrice ha sviscerato sin nel profondo la psiche umana
traendone il torbido e il marcio che molto probabilmente alberga in ciascuno di
noi; in queste storie il lettore troverà impostori, condannati a morte,
assassini, insomma il peggio dell’umanità.
Una lettura che consiglio a chiunque voglia immergersi
nella lettura di un’opera che potrebbe rivelarsi anche una sorta di
autoanalisi, che sicuramente avrà un
forte impatto emotivo in chiunque avrà voglia di cimentarsi in questo viaggio “nel sottosuolo”.





